Morire a Verona con Luigi Scotti ministro della Giustizia

Non sapevamo che in Italia il ministro della Giustizia avesse funzione requirente. Per fortuna Luigi Scotti, Guardasigilli per caso, salito a Palazzo Piacentini dopo la bufera che ha travolto Clemente Mastella, ha riempito questo vuoto.

Leggiamo sul quotidiano “La Stampa” che secondo il procuratore capo di Verona, Guido Papalia, l’accusa da contestare ai cinque che hanno ammazzato Nicola Tommasoli per una sigaretta negata dovrebbe essere quella di omicidio doloso. “Si dovrà stabilire - sostiene Papalia - se si tratta di dolo eventuale, diretto o intenzionale, ma l’accusa è di omicidio doloso o volontario”. Il ministro Luigi Scotti però non è d’accordo e, sempre secondo “La Stampa” dice: “Non c’è dubbio che si tratta di omicidio preterintenzionale”, ovvero un reato meno grave.

Lo ammettiamo: la questione è roba da tecnici, avvocati e magistrati, e non risulta appassionante per nulla. Ma restiamo convinti che se in questa Italia diroccata ognuno facesse il proprio mestiere, le cose andrebbero un pochino meglio.

Wallace Henry Hartley

Morire a Verona e poi essere uccisi di nuovo al Tg1

Vorremmo esprimere un desiderio. Vorremmo che il portavoce di Alleanza Nazionale, Andrea Ronchi, domani prendesse la sua automobile e facesse tappa a Verona. Vorremmo che bussasse alla porta della famiglia Tommasoli, il cui figlio Nicola è stato ucciso a calci e pugni per non aver dato una sigaretta a cinque giovani vicini agli ambienti dell’estrema destra. Vorremmo che Andrea Ronchi guardasse negli occhi la madre e il padre di questo ragazzo, distrutti dal dolore, e dicesse loro: “Io mi auguro che gli assassini di Verona siano condannati in maniera esemplare. Ma certamente non si può mettere sullo stesso piano l’attacco allo Stato di Israele e alla sua libertà. Sono due episodi che non sono assolutamente paragonabili. A Torino si vuole negare allo Stato di Israele il diritto di rappresentare la propria cultura, e questo è inaccettabile perché è frutto di un odio culturale antisionista della sinistra estrema italiana”.

Siamo sicuri che il portavoce di Alleanza Nazionale, Andrea Ronchi, non avrà difficoltà ad esaudire il nostro desiderio. In fondo dovrebbe solamente ripetere le stesse parole che ha pronunciato questa sera al Tg1.

Wallace Henry Hartley

Morire a Verona oggi

- “Oh, cazzo andiamo a casa che son stanco”

- “Sì dai, è proprio tardi”

In cinque si avvicinano, parlano veronese, sono come noi. Vengono verso di noi.

- “Hai mica una sigaretta?”

- “No, non fumo, mi spiace”

Silenzio.

- “Pezzo di merda, dammi una sigaretta”

Un pugno, un altro pugno, calci in faccia, non vedo più niente, Cristo sto morendo.

*Quella che avete letto è pura opera di fantasia. Fatevi i vostri conti

Il 1° maggio del 2008

Oggi è il 1° maggio, Festa del Lavoro. Noi siamo al lavoro. In un ritaglio di tempo, stiamo leggendo dei quattro operai rimasti ustionati all’Ilva di Taranto. Ah sì: i sindacati stanno festeggiando in piazza, a Roma.

Wallace Henry Hartley

“Nazirock”: l’abbiamo visto

«Mussolini è l’unico che ha fatto del bene per l’Italia, per l’Italia unita». «Se stiamo all’etimo, Hitler è stato uno statista… certo, ha fatto alcuni errori…». Le affermazioni sono di alcuni ragazzi dell’area neofascista italiana, raccontata e mostrata dal documentario di Claudio Lazzaro “Nazirock”, che abbiamo avuto l’occasione di vedere in una proiezione pubblica.
Il lavoro di Lazzaro, come noto, sta subendo innumerevoli boicottaggi e censure: Forza Nuova ha diffidato le sale cinematografiche dal metterlo in circuito minacciando azioni legali nei confronti dello stesso Lazzaro; l’Anpi di Roma, che aveva deciso di proiettare il documentario il 25 aprile scorso, ha dovuto fare marcia indietro e annullare la data; l’Università di Bologna ha fatto la stessa cosa. E, come racconta l’autore, anche la stessa Feltrinelli, che ha pubblicato il film nella sua collana “Real Cinema”, «sta facendo in modo che il dvd, nelle sue librerie, venga sostanzialmente occultato, nascosto alla vista dei clienti».
Eppure il ritratto della destra neofascista fatto da Lazzaro, per quanto schierato all’opposto, non pare smaccatamente fazioso. L’intento dell’autore non sembra quello di andare in giro con la telecamera a riprendere gente da mettere alla gogna, anzi si avverte una forte voglia di capire quale sia la temperie culturale che attraversa certi strati di gioventù italica.
Claudio Lazzaro è stato al Campo d’Azione, il raduno annuale di Forza Nuova, che si è tenuto a Marta, in provincia di Viterbo, nel 2006, e prende spunto dalla musica suonata dai gruppi rock neofascisti per aprire il sipario su una realtà davvero poco conosciuta, anche perché poco raccontata.
Una delle cose che più ci ha colpito, durante la visione del documentario, è che i riti di questi rClaudio Lazzaroagazzi non si discostano molto dai riti dei giovani che appartengono all’area opposta, quella della sinistra e dei centri sociali. Un’affermazione del genere, ce ne rendiamo conto, pare azzardata. Eppure nel film scorrono immagini di giovani che suonano rock-punk con i bicchieri di birra in mano; ragazzi che “pogano”; gente che chiede la difesa della Palestina contro l’imperialismo di Israele; punte di antiamericanismo; ragazzine quindicenni che raccontano il loro avvicinarsi a questa realtà evidenziando soprattutto la necessità di sentirsi parte di un qualcosa che dia identità e garantisca socializzazione. Addirittura uno dei gruppo rock suona una canzone che recita: «Se dev’esserci violenza che violenza sia - Ma che sia contro la polizia - Frana la curva frana, sulla polizia italiana - Frana, la curva frana, su quei figli di puttana», stabilendo così una saldatura inquietante con certe frange della sinistra movimentista, che prova lo stesso identico odio verso le “guardie”.
Certo, oltre i riti ci sono i contenuti, e quelli sono ovviamente diversi. Claudio Lazzaro sostiene che «questi ragazzi sono dei bravi ragazzi che hanno incrociato la mitologia sbagliata» e punta il dito contro una crescente ignoranza che dilaga tra i giovani. Un punto di vista che può sembrare snob, ma su cui è necessario riflettere allorché uno dei neofascisti intervistati (a occhio sembra un minorenne) sostiene di non sapere nulla delle deportazioni effettuate dall’Italia ai campi di sterminio e afferma di non credere ai 6 milioni di ebrei morti nei lager perché l’ha letto su un sito internet (ma non ricorda quale): dice che sicuramente sono di meno, non sa dare una cifra; poi l’intervistatore butta lì qualche numero e alla fine il ragazzo conclude che «sì, forse un milione, non più di un milione».
Colpisce anche l’intervista di un militante di Forza Nuova, anche lui molto giovane, che va contro tutte le convenzioni con cui di solito vengono ritratti i neofascisti. Questo è un ragazzo sorridente, con i capelli nemmeno troppo corti, che parla quasi sottovoce, con una cordialità ed una gentilezza rari. E lui, candidamente ma con assoluta convinzione, rivendica «la formazione ricevuta dai nostri padri, legata ai valori della famiglia, cioè Dio, Patria e appunto Famiglia».Altre due cose ci hanno colpito, nel documentario di Lazzaro: la prima è il fatto che esistono dei giovani che si lamentano perché «c’è troppa libertà». Un’affermazione fatta insieme a «ci sono troppi immigrati», ma spiazza il fatto che qualche ragazzo pensi davvero che la libertà è troppa e, insomma, si debba limitarla.
L’altra cosa assolutamente stupefacente - per non dire avvilente - accade quando nel film viene ripreso l’arrivo al Campo di Azione di un dirigente del partito neonazista tedesco. Ecco: in quel momento i dirigenti di Forza Nuova si raccomandano con tutti i presenti di non esibire saluti romani: «Ragazzi, è una cosa seria», ripetono. Certo che è una cosa seria: la polizia tedesca vigila, e in Germania un saluto con il braccio teso costa il carcere per direttissima. E dunque il risultato è che gente che se ne sbatte del divieto (italiano) di ricostituzione del partito fascista, ordinatamente ed educatamente rispetta alla lettera le leggi di un paese straniero.

Wallace Henry Hartley

Niente alibi, please

A poche ore dall’apertura delle urne e della conta dei voti al Comune di Roma, ci balenano in testa - come disse una volta Altan - alcuni pensieri che non condividiamo. Ma li abbiamo, con buona pace di brodo

Uno di questi pensieri è il seguente: non è che, quasi quasi, sarebbe auspicabile una bella vittoria di Gianni Alemanno per la poltrona di sindaco della Capitale? Dopo lo sbraco completo di centro-sinistra e sinistra-sinistra alle elezioni politiche, la domanda è tutt’altro che oziosa. Una vittoria del replicante (di se stesso) Rutelli, infatti, servirebbe solo a fornire ai vertici del Partito Democratico qualche alibi in più del tipo «Vedete però, nelle città gli elettori ci premiano», oppure «Guardate che bella reazione ha avuto il nostro elettorato». Una vittoria del replicante (di se stesso) Rutelli, inoltre, restituirebbe credito politico allo stesso Rutelli: francamente ne faremmo a meno. Infine, una vittoria del replicante (di se stesso) Rutelli fornirebbe alibi anche al Popolo delle Libertà, che il giorno in cui avrà un qualche minimo problema strepiterà dicendo che è difficile governare avendo la Capitale contro.

Ora, considerato ciò che è accaduto il 13 e il 14 aprile, vorremmo tanto che la parola d’ordine fosse: niente alibi per nessuno. Il PdL ha vinto, e ora governi senza menare il torrone; il Pd ha perso, e ora si faccia una sana autocritica senza cercare scuse.

Cosa dite? Alemanno è un fascistone? Ah, sì, è vero. Ma - come probabilmente molti altri - ne abbiamo le tasche piene di votare gente impresentabile solo perché l’avversario è ancora più impresentabile. Peraltro, tra un Alemanno, che da ministro si è messo di traverso ostacolando le grandi aziende agroalimentari interessate al business del “geneticamente modificato”, e un Rutelli che da ministro e sindaco si è soprattutto preoccupato di non pestare i piedi a nessuno, con un’attenzione particolare al mondo ecclesiastico, la scelta tra chi è più impresentabile pare ardua.

UPDATE - Alemanno ha vinto. Se fosse una persona seria, Veltroni si dimetterebbe immediatamente, visto che ha perso qualsiasi cosa. D’altra parte, se il Pd fosse una cosa seria, nessuno si sognerebbe di offrire a Rutelli il ruolo di presidente del partito.

Il suicidio della sinistra - Ritratti - Oliviero Diliberto

Il segretario nazionale del Pdci Oliviero Diliberto: colui che voleva portare la salma imbalsamata di Lenin in Italia; colui che nel 2007 si è recato a Mosca per le celebrazioni in onore del 90° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre; colui che al comizio di chiusura di Pisa ha ammonito una sinistra “che non può vivere nei salotti”, dimenticandosi che le sue comunistissime terga siedono un giorno sì e l’altro pure sulle poltrone di Porta a Porta, Matrix e Ballarò; ecco, il segretario nazionale del Pdci Oliviero Diliberto ha analizzato il voto di domenica e lunedì e ha spiegato l’insuccesso dell’Arcobaleno: “La sinistra così com’è non va da nessuna parte. Dobbiamo ricominciare dalla falce e martello”.

In effetti un po’ di lavoro manuale non gli farebbe male.

Wallace Henry Hartley

Il suicidio della sinistra

Racconteremo, per una volta, un episodio autobiografico e assolutamente veritiero.

Era il 1997 e a Reggio Emilia gli U2 avrebbero suonato all’aeroporto davanti a 150 mila persone. Un mega evento organizzato nell’ambito della maxi Festa dell’Unità in corso in quei giorni. Noi, con alcuni amici, armati di biglietto - pagato a carissimo prezzo, sia detto - scendemmo a Reggio Emilia partendo dal nord-ovest più nord-ovest d’Italia, praticamente dalle pendici delle Alpi.

La sera prima del concerto decidemmo di fare un giro in questa mastodontica Festa dell’Unità, che tra stand gastronomici di ogni genere e gazebo dai mille colori pareva la convention di Forza Italia. Decidemmo di infilarci in un tendone che ospitava un “ristorante tipico”, con i camerieri, i bicchieri in vetro e prezzi da ristorante tipico. Dopo cinque minuti entrò nello stesso tendone un nugolo di persone: in mezzo a queste, Fausto Bertinotti, reduce dal comizio talk-show, riverito e coccolato come si confà al leader del partito che allora teneva in piedi il primo governo Prodi. Prima sorpresa: Bertinotti si siede al tavolo, e vicino a lui si siede Bruno Vespa. “Vabbé - pensiamo - la cortesia e l’educazione sono indispensabili in politica”. Però questi due se la ridevano e se la spassavano come due vecchi amiconi. “Vabbé - pensiamo - in fin dei conti avranno un po’ di confidenza reciproca”. Poi, l’idea, tra i fumi del Sangiovese scorso a fiotti nei nostri bicchieri: andiamo a stringere la mano al compagno Fausto, così, anche solo per vedere l’effetto che fa. In fondo lui è di Rifondazione Comunista, sarà mica così spocchioso da non volerci salutare solo perchè è a cena con Bruno Vespa. Ci alziamo in due, e con calma ci avviciniamo un po’ timorosi verso il tavolo di Bertinotti. A metà strada ci si parano davanti due bodyguard: “Dove andate? Cosa volete? Non si può. Non vedete che disturbate?”. Ah! Resi consapevoli, siamo tornati indietro, ci abbiamo ripensato, abbiamo guardato Bertinotti e Vespa tubare amorevolmente, e abbiamo tirato giù qualche madonna. Dopo venti minuti, per sfogare la rabbia, abbiamo tirato giù un programma per un nuovo partito che, al primo punto, proponesse la secessione dell’Alpinia dall’Italia e pure dalla Padania.

PS: Ieri sera, quando i risultati stavano descrivendo l’annichilimento della Sinistra Arcobaleno, ho udito Fausto Bertinotti ospite da Bruno Vespa. Alla domanda sulle ragioni di tale massacro, l’ex presidente della Camera ha farfugliato qualcosa di incomprensibile. Vespa lo ha congedato promettendogli: “Anche se non siete più in Parlamento, caro Bertinotti, le porte di questo nostro salotto saranno sempre aperte per una forza politica che rappresenta una parte importante del nostro paese”. A quel punto abbiamo messo le scarpe e siamo usciti di casa.

Wallace Henry Hartley

Aggiungi un posto a tavola, che c’è un amico in più

Forti con i deboli, deboli con i forti. E soprattutto accondiscendenti con ricchi e potenti. E’ il ritratto di certo intellettualume italiano che, con il coraggio da leoni che lo caratterizza, ci regala una figura come quella dell’ex ambasciatore in terra sovietica Sergio Romano. Il quale liquida la protesta tibetana così: «Non è necessario essere marxisti o anticlericali per osservare che la Cina recita in questa faccenda, sia pure con i modi intolleranti di un regime autoritario, la parte della modernità e che i monaci, come si sarebbe detto una volta, quella della reazione».

Vabbé, allora se la modernità è un valore assoluto, perché non permettiamo a quel modernista di Ahmadinejad di farsi la sua bella bomba atomica, “sia pure con i modi intolleranti di un regime autoritario”?

Wallace Henry Hartley

Eroi del nostro tempo

Secondo Marcello Dell’Utri, Vittorio Mangano a suo modo è un eroe.

Il giudice Paolo Borsellino, parlò di Mangano nel 1992 ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi quattro giorni prima dell’attentato di Capaci in cui fu ucciso Giovanni Falcone. Due mesi dopo (il 19 luglio) lo stesso Borsellino fu ucciso nell’attentato di via D’Amelio a Palermo. Grazie alla trascrizione ripresa da qui, riportiamo parte di quell’intervista.

Borsellino
Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxi-processo e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come “uomo d’onore” appartenente a Cosa Nostra.
Giornalista
“Uomo d’onore” di che famiglia?

Borsellino
L’uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano, ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxi-processo, che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.

Giornalista
E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?

Borsellino
Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio mafioso delle famiglie palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come magliette o cavalli.

Giornalista
Comunque lei in quanto esperto, può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga.

Borsellino
Si, tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu avanzata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tanto è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga.

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