“Nazirock”: l’abbiamo visto
«Mussolini è l’unico che ha fatto del bene per l’Italia, per l’Italia unita». «Se stiamo all’etimo, Hitler è stato uno statista… certo, ha fatto alcuni errori…». Le affermazioni sono di alcuni ragazzi dell’area neofascista italiana, racco
ntata e mostrata dal documentario di Claudio Lazzaro “Nazirock”, che abbiamo avuto l’occasione di vedere in una proiezione pubblica.
Il lavoro di Lazzaro, come noto, sta subendo innumerevoli boicottaggi e censure: Forza Nuova ha diffidato le sale cinematografiche dal metterlo in circuito minacciando azioni legali nei confronti dello stesso Lazzaro; l’Anpi di Roma, che aveva deciso di proiettare il documentario il 25 aprile scorso, ha dovuto fare marcia indietro e annullare la data; l’Università di Bologna ha fatto la stessa cosa. E, come racconta l’autore, anche la stessa Feltrinelli, che ha pubblicato il film nella sua collana “Real Cinema”, «sta facendo in modo che il dvd, nelle sue librerie, venga sostanzialmente occultato, nascosto alla vista dei clienti».
Eppure il ritratto della destra neofascista fatto da Lazzaro, per quanto schierato all’opposto, non pare smaccatamente fazioso. L’intento dell’autore non sembra quello di andare in giro con la telecamera a riprendere gente da mettere alla gogna, anzi si avverte una forte voglia di capire quale sia la temperie culturale che attraversa certi strati di gioventù italica.
Claudio Lazzaro è stato al Campo d’Azione, il raduno annuale di Forza Nuova, che si è tenuto a Marta, in provincia di Viterbo, nel 2006, e prende spunto dalla musica suonata dai gruppi rock neofascisti per aprire il sipario su una realtà davvero poco conosciuta, anche perché poco raccontata.
Una delle cose che più ci ha colpito, durante la visione del documentario, è che i riti di questi r
agazzi non si discostano molto dai riti dei giovani che appartengono all’area opposta, quella della sinistra e dei centri sociali. Un’affermazione del genere, ce ne rendiamo conto, pare azzardata. Eppure nel film scorrono immagini di giovani che suonano rock-punk con i bicchieri di birra in mano; ragazzi che “pogano”; gente che chiede la difesa della Palestina contro l’imperialismo di Israele; punte di antiamericanismo; ragazzine quindicenni che raccontano il loro avvicinarsi a questa realtà evidenziando soprattutto la necessità di sentirsi parte di un qualcosa che dia identità e garantisca socializzazione. Addirittura uno dei gruppo rock suona una canzone che recita: «Se dev’esserci violenza che violenza sia – Ma che sia contro la polizia – Frana la curva frana, sulla polizia italiana – Frana, la curva frana, su quei figli di puttana», stabilendo così una saldatura inquietante con certe frange della sinistra movimentista, che prova lo stesso identico odio verso le “guardie”.
Certo, oltre i riti ci sono i contenuti, e quelli sono ovviamente diversi. Claudio Lazzaro sostiene che «questi ragazzi sono dei bravi ragazzi che hanno incrociato la mitologia sbagliata» e punta il dito contro una crescente ignoranza che dilaga tra i giovani. Un punto di vista che può sembrare snob, ma su cui è necessario riflettere allorché uno dei neofascisti intervistati (a occhio sembra un minorenne) sostiene di non sapere nulla delle deportazioni effettuate dall’Italia ai campi di sterminio e afferma di non credere ai 6 milioni di ebrei morti nei lager perché l’ha letto su un sito internet (ma non ricorda quale): dice che sicuramente sono di meno, non sa dare una cifra; poi l’intervistatore butta lì qualche numero e alla fine il ragazzo conclude che «sì, forse un milione, non più di un milione».
Colpisce anche l’intervista di un militante di Forza Nuova, anche lui molto giovane, che va contro tutte le convenzioni con cui di solito vengono ritratti i neofascisti. Questo è un ragazzo sorridente, con i capelli nemmeno troppo corti, che parla quasi sottovoce, con una cordialità ed una gentilezza rari. E lui, candidamente ma con assoluta convinzione, rivendica «la formazione ricevuta dai nostri padri, legata ai valori della famiglia, cioè Dio, Patria e appunto Famiglia».Altre due cose ci hanno colpito, nel documentario di Lazzaro: la prima è il fatto che esistono dei giovani che si lamentano perché «c’è troppa libertà». Un’affermazione fatta insieme a «ci sono troppi immigrati», ma spiazza il fatto che qualche ragazzo pensi davvero che la libertà è troppa e, insomma, si debba limitarla.
L’altra cosa assolutamente stupefacente – per non dire avvilente – accade quando nel film viene ripreso l’arrivo al Campo di Azione di un dirigente del partito neonazista tedesco. Ecco: in quel momento i dirigenti di Forza Nuova si raccomandano con tutti i presenti di non esibire saluti romani: «Ragazzi, è una cosa seria», ripetono. Certo che è una cosa seria: la polizia tedesca vigila, e in Germania un saluto con il braccio teso costa il carcere per direttissima. E dunque il risultato è che gente che se ne sbatte del divieto (italiano) di ricostituzione del partito fascista, ordinatamente ed educatamente rispetta alla lettera le leggi di un paese straniero.
Wallace Henry Hartley



boh io non riesco a pensare che il problema principale sia l’ignoranza, quello è il terreno di coltura. secondo me le ragioni stanno più nella situazione mondiale e nella globalizzazione che favoriscono un ideologia che tende a dare risposte semplici e certe; e nella profonda crisi culturale e politica della sinistra snob
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Spettacoli/2005/04_Aprile/11/film.shtml
Sì, sono abbastanza d’accordo. Non è l’ignoranza che muove verso i lidi forzanuovisti. Il problema vero è che a sinistra, dal Pd fino anche all’area Arcobaleno, nessuno ha la minima idea di cosa sia “oggi” una borgata o una periferia, né la minima idea di cosa significhi viverci. Quando Veltroni dice che bisogna dare risposte nuove sul tema della sicurezza, è evidente che sta recitando uno slogan mandato a memoria, perché Veltroni non ha mai subìto uno scippo in tram, non ha mai dovuto fare i conti con i parcheggiatori abusivi, non ha mai avuto la donna molestata in un locale pubblico. Veltroni, semplicemente, non sa com’è l’Italia oggi. E, secondo me, non ha la benché minima idea che esistono realtà come quelle raccontate da Lazzari.
ops…temo vi sia stato un qualche problema tecnico. Il mio commento di ieri non compare. Provvedo quindi, prontamente, a ricommentare, questa volta con un altro link.
http://www.radioradicale.it/la-clandestinita-di-submission-il-film-di-theo-van-gogh
L’invio senza commento dei link per il film di Van Gogh sottintende (ma magari sbagliamo) una riflessione del tipo: “ecco, parli del film sui nazi boicottato, però non parli del film sui muslim boicottato”. Vorremmo che fosse chiara una cosa: abbiamo scritto un post su Nazirock semplicemente perché l’abbiamo visto. Se n’è parlato nei giorni scorsi a abbiamo voluto dare il nostro misero contributo al dibattito. “Submission” è una cosa di molto tempo fa, quando questo sito ancora non esisteva, e comunque non l’abbiamo visto. L’avessimo visto, probabilmente, ne scriveremmo.
Restiamo dell’idea, comunque, che sia un meccanismo perverso quello di dire “se hai parlato a questo, devi anche parlare di quello, se no sei fazioso”. Se così fosse, non si parlerebbe più di nulla, perchè si sprecherebbe tutto il tempo a cercare pesi e contrappesi a ogni riflessione.
PS – I tuoi commenti erano finiti inspiegabilmente nello spam. Chiediamo scusa per l’incomodo.
PPS – “Submission” l’hai visto?
Nessun meccanismo perverso. Intendevo solamente far presente che ‘censure’ e boicottaggi esistono, purtroppo, e colpiscono un po’ ovunque. Spiace notare che Wallace pensi che dietro ogni mio gesto e parola si nasconda un qualche becero secondo fine. Stranamente quando altri commentano i post di Wallace non vengono presi per le orecchie e additati come viene fatto con la sottoscritta. Prendo comunque atto che Wallace parla/scrive sul suo blog solo di cose viste e vissute e quindi lo invito calorosamente a scaricarsi “submission” per poterne poi, eventualmente, parlare. Perché la “vita censurata” (leggasi omicidio) dovrebbe sempre meritare il nostro sdegno. Non trova, Wallace?
Sì, egregia 1spleen1, lo sappiamo che censure e boicottaggi esistono e colpiscono un po’ ovunque. Pensi, tanto per dire, che nessuna testata nazionale si è presa il disturbo di seguire i processi che si svolgono a Genova per gli abusi, oramai comprovati, che si consumarono alla caserma di Bolzaneto nel 2001. Per saperne qualcosa bisogna andare a leggersi le trascrizioni del team legale delle parti offese, e resistere alla nausea. Che un poliziotto dia della troia ad una ventenne e le dica “ora ti stupriamo tutti” è una notizia? Secondo noi sì, secondo le testate nazionali (salvo poche eccezioni) no. Si tratta di censura di velluto: le redazioni, semplicemente, decidono che un fatto non merita di essere approfondito.
Ora, egregia 1spleen1, le dirò un’altra cosa: all’orchestrina che cura questo blog piacciono poco le strumentalizzazioni. Il caso di “Nazirock” ci ha appassionato perché, oltre a beccarsi l’ostracismo della destra, si è accollato pure il silenzio colpevole della sinistra. Nessuno si è fatto carico di difendere un lavoro che mostra un pezzo di Italia vera, con persone che per la maggior parte dei politici semplicemente non esistono. “Submission”, da parte sua (ma non per colpa sua), è diventato una bandiera per i peggio xenofobi d’Italia e d’Europa. Ciò non significa che “Submission” sia xenofobo o che lo fosse Van Gogh. Ciò significa però che diventa arduo discutere serenamente di un lavoro intellettuale senza venire travolti dall’etichettatura selvaggia che impéra in questa Italia. Noi, egregia 1spleen1, non l’abbiamo presa per le orecchie: non ci permetteremmo. Tuttavia commentare un post su “Nazirock” con un link a “Submission” pare davvero un modo per dire “ecco, siete schierati, parlate di questo e non parlate di quello”. Tra l’altro non abbiamo letto una-parola-una a proposito del documentario di Lazzari (che non parla affatto di gente strana, ma parla di gente normalissima e niente affatto diversa dal resto dell’universo mondo) e non abbiamo capito se “Submission” l’hai visto oppure no. Insomma: se vogliamo discutere, mettiamo almeno le argomentazioni sul piatto.