“I contratti si fanno in due”, dicono i saggi. I quali, però, evidentemente non hanno un conto corrente bancario.
Una persona a noi cara ha ricevuto, nei giorni scorsi, una simpatica letterina dall’istituto di credito al quale presta i soldi (eh sì, cari amici, mica siamo semplici clienti: a questi qui noi prestiamo i soldi avendone indietro un interesse ridicolo. Quando poi glieli chiediamo noi, in prestito, sono dolori. Ma questo è un’altro discorso).

La letterina, dicevamo, si presenta timida come una semplice comunicazione relativa al contratto di conto corrente. Alla riga successiva però c’è il primo inghippo: si tratta di una “proposta di modifica unilaterale del contratto”. Unilaterale? Unilaterale. Il nobile istituto di credito, unilateralmente, propone (propone?) di modificare alcune condizioni: si tratta di aumento di spese per “x”, per “y”, per “z” e poi anche per “k” e “w”. Insomma, c’è da spendere di più e basta, visto che non c’è traccia di un eventuale aumento, anche simbolico (tipo lo 0,00000000000000001%), dell’interesse per l’intestatario del conto corrente.
Vabbé è una proposta, pensiamo. Peccato che le modifiche contrattuali saranno considerate approvate a prescindere, a meno che il cliente non decida di recedere il contratto stesso. E andarsene affanculo, pidocchioso che non è altro.
Non c’è scritta, quest’ultima cosa, ma guardando bene sotto la firma del superdirettore della banca, si intravede chiaramente.
Wallace Henry Hartley
(*)Il titolo è una citazione da Ficarra e Picone
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