Archivio per la categoria 'geopolitica del declino'

Caro Ruini, siamo noi l’opinione pubblica

L’uscita di scena - relativa e momentanea, non temete - di Camillo Ruini ha il merito di squarciare il velo su ciò che sta accadendo nella politica, non solo quella italiana. Il cardinale, congedandosi dalla diocesi di Roma dopo averla guidata per diciassette anni, si è lasciato scappare una santa verità: «I vescovi - ha detto - non cedano all’opinione pubblica“. Un’affermazione che, dopo la crisi delle ideologie e l’incapacità di buona parte della politica di leggere il mondo di oggi, offre nell’immediato una bussola.

Ruini ha, con questo epitaffio, ridato all’opinione pubblica - entità che in Italia ha sempre faticato a trovare un’identità ed un peso - dignità di esistenza e ruolo politico. Gli antagonisti delle gerarchie ecclesiastiche, insomma, non sono i miscredenti o gli atei, ma genericamente “l’opinione pubblica”, intollerabile perché imprevedibile, multiforme e laica, nel senso più ampio possibile.

La volontà di ignorarne sentimenti e orientamenti definisce da sola cosa sia oggi la Chiesa - e in generale il potere - nell’anno del signore 2008.

Wallace Henry Hartley

Niente alibi, please

A poche ore dall’apertura delle urne e della conta dei voti al Comune di Roma, ci balenano in testa - come disse una volta Altan - alcuni pensieri che non condividiamo. Ma li abbiamo, con buona pace di brodo

Uno di questi pensieri è il seguente: non è che, quasi quasi, sarebbe auspicabile una bella vittoria di Gianni Alemanno per la poltrona di sindaco della Capitale? Dopo lo sbraco completo di centro-sinistra e sinistra-sinistra alle elezioni politiche, la domanda è tutt’altro che oziosa. Una vittoria del replicante (di se stesso) Rutelli, infatti, servirebbe solo a fornire ai vertici del Partito Democratico qualche alibi in più del tipo «Vedete però, nelle città gli elettori ci premiano», oppure «Guardate che bella reazione ha avuto il nostro elettorato». Una vittoria del replicante (di se stesso) Rutelli, inoltre, restituirebbe credito politico allo stesso Rutelli: francamente ne faremmo a meno. Infine, una vittoria del replicante (di se stesso) Rutelli fornirebbe alibi anche al Popolo delle Libertà, che il giorno in cui avrà un qualche minimo problema strepiterà dicendo che è difficile governare avendo la Capitale contro.

Ora, considerato ciò che è accaduto il 13 e il 14 aprile, vorremmo tanto che la parola d’ordine fosse: niente alibi per nessuno. Il PdL ha vinto, e ora governi senza menare il torrone; il Pd ha perso, e ora si faccia una sana autocritica senza cercare scuse.

Cosa dite? Alemanno è un fascistone? Ah, sì, è vero. Ma - come probabilmente molti altri - ne abbiamo le tasche piene di votare gente impresentabile solo perché l’avversario è ancora più impresentabile. Peraltro, tra un Alemanno, che da ministro si è messo di traverso ostacolando le grandi aziende agroalimentari interessate al business del “geneticamente modificato”, e un Rutelli che da ministro e sindaco si è soprattutto preoccupato di non pestare i piedi a nessuno, con un’attenzione particolare al mondo ecclesiastico, la scelta tra chi è più impresentabile pare ardua.

UPDATE - Alemanno ha vinto. Se fosse una persona seria, Veltroni si dimetterebbe immediatamente, visto che ha perso qualsiasi cosa. D’altra parte, se il Pd fosse una cosa seria, nessuno si sognerebbe di offrire a Rutelli il ruolo di presidente del partito.

Allevato dal Kgb, ora ai vertici dei servizi segreti Nato

Mentre qui ci gingilliamo con Marini, Berluschini e Veltrini, nel resto del mondo accadono cose. E non ce ne accorgiamo, soprattutto perché non se ne accorgono i giornali italiani.

Racconta l’International Herald Tribune che il nuovo numero uno dei servizi segreti ungheresi, Sandor Laborc, è diventato capo del comitato per l’intelligence della Nato. Piccolo particolare: Sandor Laborc ha frequentato per sei anni, durante gli ancora sovietici anni ‘80, l’accademia del Kgb a Mosca. La cosa divertente, come fa notare il giornale francese Les Temps, è che alla Nato non ne sapevano nulla, visto che il piccolo particolare era stato omesso dal curriculum vitae di Laborc. La sua nomina in seno alla Nato, peraltro, era già stata osteggiata dalla Commissione per la sicurezza nazionale ungherese, scavalcata senza tanti complimenti dal primo ministro di Budapest, Ferenc Gyurcsany, un «ex comunista diventato milionario» molto vicino a Putin, secondo Les Temps.

Ora la diplomazia internazionale è in allarme: la Commissione presieduta da Laborc è infatti incaricata di analizzare e condividere le informazioni fornite dai rispettivi capi dei servizi segreti degli Stati aderenti alla Nato. Secondo un anonimo esponente del Patto Atlantico, la nomina di Laborc renderà gli Stati membri molto più reticenti, considerato che già nel recente passato - con l’ingresso degli stati dell’ex Patto di Varsavia - vi erano state fughe di notizie importanti. Un rappresentante di uno stato occidentale sostiene ad esempio che «ogni informazione data alla Bulgaria va direttamente a Mosca», così come esistono pesanti sospetti sulla Grecia, visto che durante il 1999, in pieno conflitto contro la Serbia, Atene avrebbe fornito a Belgrado informazioni sui piani d’attacco della Nato.

Wallace Henry Hartley

Primarie con il fazzoletto

Oggi, su La Stampa, il sempre ottimo Andrea Romano scrive in un interessante editoriale: «Che invidia per queste primarie americane! Noi siamo qui a turarci il naso, cercando qualche buon motivo per continuare a sostenere un gruppo di reduci capeggiato dal loro ultimo capitano Veltroni, o un’armata brancaleone guidata dall’ineluttabile Berlusconi. Mentre loro vanno avanti con continui colpi di scena, in una competizione tutta giocata sulla forza delle idee e sul carisma di personaggi che per conquistare la leadership non hanno atteso di essere gentilmente invitati a bordo». Lo stesso quotidiano, però, apre la sua prima pagina con un titolone sulle primarie Usa: «Le lacrime salvano Hillary». La forza delle idee?

Wallace Henry Hartley

Sarkozy: Silvio lo sa?

Il presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy ha proposto, durante una conferenza stampa, che la televisione pubblica venga finanziata da una tassa più alta sugli introiti pubblicitari delle tv private e da una tassa infinitesimale sul volume d’affari dei nuovi mezzi di comunicazione, come l’accesso a Internet o alla telefonia mobile. Ciò permetterebbe alle reti pubbliche di eliminare la pubblicità dalla loro programmazione (fonte: Il Corriere della Sera Web). Abbiamo il sospetto che, dopo gli sbrodolamenti e i peana sprecatisi nei mesi scorsi, il centrodestra italiano comincerà ad avere un’opinione un po’ più tiepida sul Capo di Stato transalpino.

Wallace Henry Hartley

L’economia becchina

Una prece - una qualunque - per Benazir Bhutto. Per Repubblica simbolo della democrazia, della modernità, della rivendicazione femminile“, ma anche, come ricorda il Corriere della Sera, “icona anti-islamista e filo-Usa, 2 volte primo ministro e 2 volte costretta a dimettersi accusata di corruzione“. Figura controversa, ma icona di un mondo cortocircuitato, la Bhutto ha semplicemente e brutalmente inseguito il suo destino: sapeva di camminare con un bersaglio permanente addosso, e non si è fermata.

Le trame politiche e politologiche sui destini dell’Islam, delle tigri asiatiche e degli equilibri mondiali, le lasciamo a chi ha la competenza per approfondire tali aspetti. Interessa, piuttosto, qui dal ponte della nostra nave, osservare un paradosso oramai fin troppo noto. Mentre Capi di Stato e personalità politiche si strappano i capelli più o meno umanimemente (”condanna“, “dolore” e “sdegno” sono le parole che percorrono il pianeta da Washington a Mosca, dal Vaticano all’Afghanistan), i fatti vanno da un’altra parte. Dopo una manciata di ore dall’attentato in Pakistan, le agenzie battevano: Borse europee: chiudono positive dopo attentato Bhutto; accanto a questa, la notizia secondo cui il Brent a Londra ha toccato i massimi da un mese dopo l’annuncio dell’assassinio della leader dell’opposizione pakistana. Se ne devono essere accorti pure loro - brokers, banche e altre entità che fanno girare la finanza - che una reazione del genere era fin troppo sfacciata, così poco dopo a Wall Street è arrivato il segno meno.

Anni fa, subito dopo l’inizio della prima guerra del Golfo, sul settimanale satirico “Cuore”, dopo l’ondata di isteria collettiva che il conflitto aveva creato, anche nei mercati, venne formulata una domanda: perché se un missile bombarda Baghdad lo zucchero aumenta di prezzo? Forse che il raccolto di barbabietole ne risente? Forse che le barbabietole si turbano?

Wallace Henry Hartley


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