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Niente alibi, please

A poche ore dall’apertura delle urne e della conta dei voti al Comune di Roma, ci balenano in testa - come disse una volta Altan - alcuni pensieri che non condividiamo. Ma li abbiamo, con buona pace di brodo

Uno di questi pensieri è il seguente: non è che, quasi quasi, sarebbe auspicabile una bella vittoria di Gianni Alemanno per la poltrona di sindaco della Capitale? Dopo lo sbraco completo di centro-sinistra e sinistra-sinistra alle elezioni politiche, la domanda è tutt’altro che oziosa. Una vittoria del replicante (di se stesso) Rutelli, infatti, servirebbe solo a fornire ai vertici del Partito Democratico qualche alibi in più del tipo «Vedete però, nelle città gli elettori ci premiano», oppure «Guardate che bella reazione ha avuto il nostro elettorato». Una vittoria del replicante (di se stesso) Rutelli, inoltre, restituirebbe credito politico allo stesso Rutelli: francamente ne faremmo a meno. Infine, una vittoria del replicante (di se stesso) Rutelli fornirebbe alibi anche al Popolo delle Libertà, che il giorno in cui avrà un qualche minimo problema strepiterà dicendo che è difficile governare avendo la Capitale contro.

Ora, considerato ciò che è accaduto il 13 e il 14 aprile, vorremmo tanto che la parola d’ordine fosse: niente alibi per nessuno. Il PdL ha vinto, e ora governi senza menare il torrone; il Pd ha perso, e ora si faccia una sana autocritica senza cercare scuse.

Cosa dite? Alemanno è un fascistone? Ah, sì, è vero. Ma - come probabilmente molti altri - ne abbiamo le tasche piene di votare gente impresentabile solo perché l’avversario è ancora più impresentabile. Peraltro, tra un Alemanno, che da ministro si è messo di traverso ostacolando le grandi aziende agroalimentari interessate al business del “geneticamente modificato”, e un Rutelli che da ministro e sindaco si è soprattutto preoccupato di non pestare i piedi a nessuno, con un’attenzione particolare al mondo ecclesiastico, la scelta tra chi è più impresentabile pare ardua.

UPDATE - Alemanno ha vinto. Se fosse una persona seria, Veltroni si dimetterebbe immediatamente, visto che ha perso qualsiasi cosa. D’altra parte, se il Pd fosse una cosa seria, nessuno si sognerebbe di offrire a Rutelli il ruolo di presidente del partito.

Il suicidio della sinistra

Racconteremo, per una volta, un episodio autobiografico e assolutamente veritiero.

Era il 1997 e a Reggio Emilia gli U2 avrebbero suonato all’aeroporto davanti a 150 mila persone. Un mega evento organizzato nell’ambito della maxi Festa dell’Unità in corso in quei giorni. Noi, con alcuni amici, armati di biglietto - pagato a carissimo prezzo, sia detto - scendemmo a Reggio Emilia partendo dal nord-ovest più nord-ovest d’Italia, praticamente dalle pendici delle Alpi.

La sera prima del concerto decidemmo di fare un giro in questa mastodontica Festa dell’Unità, che tra stand gastronomici di ogni genere e gazebo dai mille colori pareva la convention di Forza Italia. Decidemmo di infilarci in un tendone che ospitava un “ristorante tipico”, con i camerieri, i bicchieri in vetro e prezzi da ristorante tipico. Dopo cinque minuti entrò nello stesso tendone un nugolo di persone: in mezzo a queste, Fausto Bertinotti, reduce dal comizio talk-show, riverito e coccolato come si confà al leader del partito che allora teneva in piedi il primo governo Prodi. Prima sorpresa: Bertinotti si siede al tavolo, e vicino a lui si siede Bruno Vespa. “Vabbé - pensiamo - la cortesia e l’educazione sono indispensabili in politica”. Però questi due se la ridevano e se la spassavano come due vecchi amiconi. “Vabbé - pensiamo - in fin dei conti avranno un po’ di confidenza reciproca”. Poi, l’idea, tra i fumi del Sangiovese scorso a fiotti nei nostri bicchieri: andiamo a stringere la mano al compagno Fausto, così, anche solo per vedere l’effetto che fa. In fondo lui è di Rifondazione Comunista, sarà mica così spocchioso da non volerci salutare solo perchè è a cena con Bruno Vespa. Ci alziamo in due, e con calma ci avviciniamo un po’ timorosi verso il tavolo di Bertinotti. A metà strada ci si parano davanti due bodyguard: “Dove andate? Cosa volete? Non si può. Non vedete che disturbate?”. Ah! Resi consapevoli, siamo tornati indietro, ci abbiamo ripensato, abbiamo guardato Bertinotti e Vespa tubare amorevolmente, e abbiamo tirato giù qualche madonna. Dopo venti minuti, per sfogare la rabbia, abbiamo tirato giù un programma per un nuovo partito che, al primo punto, proponesse la secessione dell’Alpinia dall’Italia e pure dalla Padania.

PS: Ieri sera, quando i risultati stavano descrivendo l’annichilimento della Sinistra Arcobaleno, ho udito Fausto Bertinotti ospite da Bruno Vespa. Alla domanda sulle ragioni di tale massacro, l’ex presidente della Camera ha farfugliato qualcosa di incomprensibile. Vespa lo ha congedato promettendogli: “Anche se non siete più in Parlamento, caro Bertinotti, le porte di questo nostro salotto saranno sempre aperte per una forza politica che rappresenta una parte importante del nostro paese”. A quel punto abbiamo messo le scarpe e siamo usciti di casa.

Wallace Henry Hartley

Berlusconi: schede confuse, bisogna cambiarle

Il leader del PdL Silvio Berlusconi sostiene che le schede elettorali sono confuse e mettono a rischio la regolarità del voto. Dunque si appella a Napolitano per chiedere di modificarle per le prossime consultazioni del 13 e 14 aprile.

Ecco la sua proposta per un voto più semplice e più chiaro:

I dolori del bloggarolo Micciché

Il (ex?) forzista Gianfranco Micciché voleva fare il presidente della Regione Sicilia e si è opposto con tutte le sue forze alla candidatura di Raffaele Lombardo, esponente del Movimento per l’Autonomia, dando vita a un tira e molla durato diversi giorni. Salvo cambiare idea quando gli hanno detto che se avesse fatto il bravo gli avrebbero dato un Ministero. Salvo cambiare idea nuovamente quando qualcuno gli ha fatto notare che stava facendo una figuraccia.

Il (ex?) forzista Gianfranco Micciché ha raccontato i suoi giorni di lunga riflessione (diciamo così) sul suo blog. Dal quale, immediatamente, gli sono piovute addosso oltre un migliaio di contumelie che qui non riportiamo per rispetto ai lettori. Notasi che le contumelie (la più gentile è “non ti vergogni?”) arrivano perloppiù da gente che lo ha votato, apprezzato, stimato.

Il (ex?) forzista Gianfranco Micciché, che qualche giorno fa era pure riuscito ad appropriarsi del “Yes we can” veltronian-obamiano, ha reagito con una proposta geniale: fare una lista del blog. «Insisto - scrive Micciché - sulla opportunità di lanciare la nostra lista alle prossime elezioni regionali, la lista del blog, la vostra lista. Io la sosterrò e farò tutto il possibile perché diventi una cosa reale, uno strumento di lotta e progetto politico, ma abbiamo poco tempo. In questi mesi ed in queste ultime ore mi sono arrivati, da queste pagine, molti curricula: li sto esaminando tutti e tutti riceveranno un riscontro da parte mia. Ma continuate a mandare le vostre adesioni e le vostre candidature. Dobbiamo costruire, in poche ore, una squadra di persone per bene».

Che Micciché voglia creare una Lista del Blog fa il paio con Willer Bordon che fonda una pseudo Unione Democratica dei Consumatori. A questo punto attendiamo qualcuno che importi in Italia il polacco Partito della Birra, o faccia nascere il Movimento per la Figa e, perché no?, l’Alleanza per gli Euro Gratis.

Comunque la risposta migliore l’ha data questo signore, tal “dott. Mino Fasulo”, direttamente sul blog del (ex?) forzista Gianfranco Micciché.

Wallace Henry Hartley


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