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Ma che golpe abbiamo noi (sulle note dei Rokes)

Su un giornale a modino come il Corriere della Sera, si legge che Palazzo Chigi starebbe avvisando il Quirinale:  se le cose girano storte si andrà alla guerra aperta con i magistrati: “Anche il capo dello Stato deve sapere che se andrà a finire così, noi non solo riformeremo il Csm, ma incideremo sulla gestione dei giudici. Separazione delle carriere, orario di lavoro con il tesserino da timbrare all’ingresso dei tribunali, ferie di 30 giorni come tutti i dipendenti pubblici e lo stipendio indicizzato ai contratti del pubblico impiego”.

Pensare che Veltroni, con questi, voleva dialogarci…

Caro Ruini, siamo noi l’opinione pubblica

L’uscita di scena - relativa e momentanea, non temete - di Camillo Ruini ha il merito di squarciare il velo su ciò che sta accadendo nella politica, non solo quella italiana. Il cardinale, congedandosi dalla diocesi di Roma dopo averla guidata per diciassette anni, si è lasciato scappare una santa verità: «I vescovi - ha detto - non cedano all’opinione pubblica“. Un’affermazione che, dopo la crisi delle ideologie e l’incapacità di buona parte della politica di leggere il mondo di oggi, offre nell’immediato una bussola.

Ruini ha, con questo epitaffio, ridato all’opinione pubblica - entità che in Italia ha sempre faticato a trovare un’identità ed un peso - dignità di esistenza e ruolo politico. Gli antagonisti delle gerarchie ecclesiastiche, insomma, non sono i miscredenti o gli atei, ma genericamente “l’opinione pubblica”, intollerabile perché imprevedibile, multiforme e laica, nel senso più ampio possibile.

La volontà di ignorarne sentimenti e orientamenti definisce da sola cosa sia oggi la Chiesa - e in generale il potere - nell’anno del signore 2008.

Wallace Henry Hartley

In tv possono andare solo le cazzate

Dunque: Beppe Grillo gira in lungo e in largo l’Italia sostenendo che Umberto Veronesi lucra sul cancro, lo sentono in migliaia di persone, lo sentono i giornalisti, escono libri, ma nessuno reagisce. Meglio: nessuno se ne accorge, o fa finta di accorgersene. Quando uno spezzone dello spettacolo di Grillo che attaccacca Veronesi va in tv, succede il finimondo, destra e sinistra strepitano, e la Rai si scusa.

Marco Travaglio scrive un libro, venduto ovunque, anche negli ipermercati, in cui sostiene che Renato Schifani è pesantemente colluso con la mafia, raccontando episodi e citando documenti. Lo leggono in migliaia di persone, lo leggono i giornalisti, escono articoli, ma nessuno reagisce. Meglio: nessuno se ne accorge, o fa finta di accorgersene. Quando Travaglio va in tv e racconta le stesse medesime cose che aveva scritto su Schifani, succede il finimondo, destra e sinistra strepitano, e la Rai si scusa.

Le due storie insegnano alcune cose. La prima è che chiunque voglia fare dei discorsi controcorrente deve tenersi lontano dal teleschermo. La risonanza sarà forse un po’ minore, ma neanche poi tanto, visto che né Grillo né Travaglio possono essere considerati degli sconosciuti emarginati. La seconda è che oramai non ha più senso dipindere Berlusconi come il cattivone di turno. Lui è solo l’uomo immagine di un sistema che vede saldatissimi centrodestra e centrosinistra, uniti nella volontà di arroccarsi e gestire la cosa pubblica tra di loro. I piagnistei di Petruccioli, i patetici moniti della Finocchiaro (che se si è beccata una simile scoppola in Sicilia, un motivo ci sarà), e i soliti silenzi di Veltroni rendono bene la cifra di un Partito Democratico che per non sembrar più “cumunista” ha perso qualsiasi identità e - per dirla con un linguaggio che piace tanto ai moderni strateghi del marketing - non trova più uno straccio di target di riferimento.

In ogni caso, annunciamo che, alla prossima multa per divieto di sosta che troveremo sul parabrezza, ci rifiuteremo di pagare per l’assoluta mancanza di “contradditorio” da parte del vigile urbano, che naturalmente ci avrà teso un’”imboscata”.

Wallace Henry Hartley

Niente alibi, please

A poche ore dall’apertura delle urne e della conta dei voti al Comune di Roma, ci balenano in testa - come disse una volta Altan - alcuni pensieri che non condividiamo. Ma li abbiamo, con buona pace di brodo

Uno di questi pensieri è il seguente: non è che, quasi quasi, sarebbe auspicabile una bella vittoria di Gianni Alemanno per la poltrona di sindaco della Capitale? Dopo lo sbraco completo di centro-sinistra e sinistra-sinistra alle elezioni politiche, la domanda è tutt’altro che oziosa. Una vittoria del replicante (di se stesso) Rutelli, infatti, servirebbe solo a fornire ai vertici del Partito Democratico qualche alibi in più del tipo «Vedete però, nelle città gli elettori ci premiano», oppure «Guardate che bella reazione ha avuto il nostro elettorato». Una vittoria del replicante (di se stesso) Rutelli, inoltre, restituirebbe credito politico allo stesso Rutelli: francamente ne faremmo a meno. Infine, una vittoria del replicante (di se stesso) Rutelli fornirebbe alibi anche al Popolo delle Libertà, che il giorno in cui avrà un qualche minimo problema strepiterà dicendo che è difficile governare avendo la Capitale contro.

Ora, considerato ciò che è accaduto il 13 e il 14 aprile, vorremmo tanto che la parola d’ordine fosse: niente alibi per nessuno. Il PdL ha vinto, e ora governi senza menare il torrone; il Pd ha perso, e ora si faccia una sana autocritica senza cercare scuse.

Cosa dite? Alemanno è un fascistone? Ah, sì, è vero. Ma - come probabilmente molti altri - ne abbiamo le tasche piene di votare gente impresentabile solo perché l’avversario è ancora più impresentabile. Peraltro, tra un Alemanno, che da ministro si è messo di traverso ostacolando le grandi aziende agroalimentari interessate al business del “geneticamente modificato”, e un Rutelli che da ministro e sindaco si è soprattutto preoccupato di non pestare i piedi a nessuno, con un’attenzione particolare al mondo ecclesiastico, la scelta tra chi è più impresentabile pare ardua.

UPDATE - Alemanno ha vinto. Se fosse una persona seria, Veltroni si dimetterebbe immediatamente, visto che ha perso qualsiasi cosa. D’altra parte, se il Pd fosse una cosa seria, nessuno si sognerebbe di offrire a Rutelli il ruolo di presidente del partito.

Ve lo meritate Berlusconi

“Si deve fare una campagna elettorale e si deve vincere. L’editore Ciarrapico ha dei giornali importanti, credo che sia assolutamente importante che questi giornali non siano ostili. Visto che quasi tutti i grandi giornali stanno dall’altra parte, quando ce ne è qualcuno che è a nostro favore credo che sia una cosa assolutamente logica cercare di continuare di averli a favore“. La dichiarazione è di Silvio Berlusconi, ed è copiaincollata dall’AdnKronos e i neretti non sono nostri ma dell’originale.

Non faremo alcun commento su queste parole. Ma siamo d’accordo con Frammenti nomadi, il quale sul suo blog scrive che “Berlusconi ammette che le elezioni si vincono possedendo i media”. E a questo punto pretenderemmo una pur minuscola autocritica da parte di chi ha governato negli ultimi anni: lungimiranti statisti che hanno evitato di legiferare sul cosiddetto conflitto di interessi, arrivando addirittura a boicottare il ministro Paolo Gentiloni che ci stava provando, e impostando ora una campagna alla “volemose bbene”, in cui il concetto di “conflitto di interessi” è stato completamente derubricato dall’agenda politica. Complimenti.

Wallace Henry Hartley

I dolori del bloggarolo Micciché

Il (ex?) forzista Gianfranco Micciché voleva fare il presidente della Regione Sicilia e si è opposto con tutte le sue forze alla candidatura di Raffaele Lombardo, esponente del Movimento per l’Autonomia, dando vita a un tira e molla durato diversi giorni. Salvo cambiare idea quando gli hanno detto che se avesse fatto il bravo gli avrebbero dato un Ministero. Salvo cambiare idea nuovamente quando qualcuno gli ha fatto notare che stava facendo una figuraccia.

Il (ex?) forzista Gianfranco Micciché ha raccontato i suoi giorni di lunga riflessione (diciamo così) sul suo blog. Dal quale, immediatamente, gli sono piovute addosso oltre un migliaio di contumelie che qui non riportiamo per rispetto ai lettori. Notasi che le contumelie (la più gentile è “non ti vergogni?”) arrivano perloppiù da gente che lo ha votato, apprezzato, stimato.

Il (ex?) forzista Gianfranco Micciché, che qualche giorno fa era pure riuscito ad appropriarsi del “Yes we can” veltronian-obamiano, ha reagito con una proposta geniale: fare una lista del blog. «Insisto - scrive Micciché - sulla opportunità di lanciare la nostra lista alle prossime elezioni regionali, la lista del blog, la vostra lista. Io la sosterrò e farò tutto il possibile perché diventi una cosa reale, uno strumento di lotta e progetto politico, ma abbiamo poco tempo. In questi mesi ed in queste ultime ore mi sono arrivati, da queste pagine, molti curricula: li sto esaminando tutti e tutti riceveranno un riscontro da parte mia. Ma continuate a mandare le vostre adesioni e le vostre candidature. Dobbiamo costruire, in poche ore, una squadra di persone per bene».

Che Micciché voglia creare una Lista del Blog fa il paio con Willer Bordon che fonda una pseudo Unione Democratica dei Consumatori. A questo punto attendiamo qualcuno che importi in Italia il polacco Partito della Birra, o faccia nascere il Movimento per la Figa e, perché no?, l’Alleanza per gli Euro Gratis.

Comunque la risposta migliore l’ha data questo signore, tal “dott. Mino Fasulo”, direttamente sul blog del (ex?) forzista Gianfranco Micciché.

Wallace Henry Hartley

Prodi, il dispettoso

Nel giorno della conta dei voti alla Camera, mentre Prodi era - a sorpresa - a colloquio con il Presidente della Repubblica, il Tg1, con il solito tempismo, apriva l’edizione delle 13 con la notizia di un fondamentale discorso commemorativo tenuto da Napolitano. La crisi era la seconda notizia.

Intanto si susseguono gli appelli a Prodi, anzi un appello solo: “vattene”. Berlusconi chiede le dimissioni senza passare dal Parlamento, pregustando elezioni anticipate con relativo risultato pigliatutto; Mastella, l’uomo della spallata che Berlusconi mai fu capace di dare, chiede le dimissioni senza passare dal Parlamento pregustando un governissimo istituzionalissimo e larghissimo, con una bella tavolatona imbandita in mezzo; Dini chiede le dimissioni senza passare dal Parlamento, scordandosi di essere quello che a Natale minacciò di abbandonare la maggioranza, poi cambiò idea, si rimise nei ranghi, aspettando che Mastella facesse il lavoro sporco; Veltroni tace, lasciando il cerino in mano a Prodi, con il terrore di dover andare a elezioni subito e rischiare di mettere la sua faccia ad un cappotto storico, e dunque augurandosi in cuor suo le dimissioni da bravo bambino da parte del Presidente del Consiglio e una soluzioni morbida in attesa di tempi migliori.

Sarà un caso che Prodi abbia platealmente escluso di dimettersi?

Wallace Henry Hartley

Primarie con il fazzoletto

Oggi, su La Stampa, il sempre ottimo Andrea Romano scrive in un interessante editoriale: «Che invidia per queste primarie americane! Noi siamo qui a turarci il naso, cercando qualche buon motivo per continuare a sostenere un gruppo di reduci capeggiato dal loro ultimo capitano Veltroni, o un’armata brancaleone guidata dall’ineluttabile Berlusconi. Mentre loro vanno avanti con continui colpi di scena, in una competizione tutta giocata sulla forza delle idee e sul carisma di personaggi che per conquistare la leadership non hanno atteso di essere gentilmente invitati a bordo». Lo stesso quotidiano, però, apre la sua prima pagina con un titolone sulle primarie Usa: «Le lacrime salvano Hillary». La forza delle idee?

Wallace Henry Hartley

Sarkozy: Silvio lo sa?

Il presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy ha proposto, durante una conferenza stampa, che la televisione pubblica venga finanziata da una tassa più alta sugli introiti pubblicitari delle tv private e da una tassa infinitesimale sul volume d’affari dei nuovi mezzi di comunicazione, come l’accesso a Internet o alla telefonia mobile. Ciò permetterebbe alle reti pubbliche di eliminare la pubblicità dalla loro programmazione (fonte: Il Corriere della Sera Web). Abbiamo il sospetto che, dopo gli sbrodolamenti e i peana sprecatisi nei mesi scorsi, il centrodestra italiano comincerà ad avere un’opinione un po’ più tiepida sul Capo di Stato transalpino.

Wallace Henry Hartley

Aborto, politica e Chiesa (2): golpe in Vaticano?

Abbiamo letto le notizia più di una volta, per esserne certi. E, anche se il giornalista di La7 smentisce e si schermisce, siamo molto preoccupati per il fatto che, al giorno d’oggi, sia il Papa a seguire i suggerimenti di Giuliano Ferrara e non, eventualmente, il contrario.

Wallace Henry Hartley

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