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Morire a Verona e poi essere uccisi di nuovo al Tg1

Vorremmo esprimere un desiderio. Vorremmo che il portavoce di Alleanza Nazionale, Andrea Ronchi, domani prendesse la sua automobile e facesse tappa a Verona. Vorremmo che bussasse alla porta della famiglia Tommasoli, il cui figlio Nicola è stato ucciso a calci e pugni per non aver dato una sigaretta a cinque giovani vicini agli ambienti dell’estrema destra. Vorremmo che Andrea Ronchi guardasse negli occhi la madre e il padre di questo ragazzo, distrutti dal dolore, e dicesse loro: “Io mi auguro che gli assassini di Verona siano condannati in maniera esemplare. Ma certamente non si può mettere sullo stesso piano l’attacco allo Stato di Israele e alla sua libertà. Sono due episodi che non sono assolutamente paragonabili. A Torino si vuole negare allo Stato di Israele il diritto di rappresentare la propria cultura, e questo è inaccettabile perché è frutto di un odio culturale antisionista della sinistra estrema italiana”.

Siamo sicuri che il portavoce di Alleanza Nazionale, Andrea Ronchi, non avrà difficoltà ad esaudire il nostro desiderio. In fondo dovrebbe solamente ripetere le stesse parole che ha pronunciato questa sera al Tg1.

Wallace Henry Hartley

Prodi, il dispettoso

Nel giorno della conta dei voti alla Camera, mentre Prodi era - a sorpresa - a colloquio con il Presidente della Repubblica, il Tg1, con il solito tempismo, apriva l’edizione delle 13 con la notizia di un fondamentale discorso commemorativo tenuto da Napolitano. La crisi era la seconda notizia.

Intanto si susseguono gli appelli a Prodi, anzi un appello solo: “vattene”. Berlusconi chiede le dimissioni senza passare dal Parlamento, pregustando elezioni anticipate con relativo risultato pigliatutto; Mastella, l’uomo della spallata che Berlusconi mai fu capace di dare, chiede le dimissioni senza passare dal Parlamento pregustando un governissimo istituzionalissimo e larghissimo, con una bella tavolatona imbandita in mezzo; Dini chiede le dimissioni senza passare dal Parlamento, scordandosi di essere quello che a Natale minacciò di abbandonare la maggioranza, poi cambiò idea, si rimise nei ranghi, aspettando che Mastella facesse il lavoro sporco; Veltroni tace, lasciando il cerino in mano a Prodi, con il terrore di dover andare a elezioni subito e rischiare di mettere la sua faccia ad un cappotto storico, e dunque augurandosi in cuor suo le dimissioni da bravo bambino da parte del Presidente del Consiglio e una soluzioni morbida in attesa di tempi migliori.

Sarà un caso che Prodi abbia platealmente escluso di dimettersi?

Wallace Henry Hartley

Superare il Sessantotto

Quando si dice lo scoop. Mentre in Pakistan la gente si scanna per le elezioni che dovrebbero avere corso, mentre in Kenia la gente si scanna per le elezioni che hanno appena avuto corso, e mentre in Italia la gente si scanna per festeggiare il nuovo anno a colpi di rivoltella, l’edizione delle 20 del Tg1 del 1° gennaio è riuscita ad “aprire” con il quarantennale del Sessantotto. Un lungo servizio con immagini d’epoca, accompagnate da musica ribelle e montaggio alla Mtv hanno ricordato a tutti - ebbene sì, qui sul ponte della nave ce n’eravamo completamente scordati - che il 2008 fa proprio rima con ‘68. Sembra proprio, dunque, che per l’ennesima volta dovremo sorbirci celebrazioni, autobiografie dei protagonisti e riflessioni acute del tipo “non ci sono più i giovani di una volta” per i prossimi dodici mesi.

Intendiamoci: anche mentre coliamo a picco, vogliamo chiarire che nulla abbiamo contro il Sessantotto in quanto categoria storica. Non dimentichiamo le conquiste di quegli anni, e soprattutto ringraziamo per tutta una serie di capolavori - nella musica, nella letteratura, nel cinema, nel teatro - figli di quel tempo.

Purtroppo, però, il Sessantotto ci ha lasciato in eredità dei fardelli veri e propri. La retorica, ad esempio, proprio quella che il Tg1 ha mostrato in tutta la sua prosopopea. Solitamente, a ogni decennale, quelli che parlano del Sessantotto e di quanto fu necessario che i figli si ribellassero ai padri, sono gli stessi protagonisti che a distanza di quarant’anni dirigono paciosamente giornali, siedono in qualche consiglio di amministrazione, danno il loro contributo alla gestione della cosa pubblica, e quasi mai con le stesse opinioni o la stessa visione del mondo di quando avevano quarant’anni di meno.

Ogni dieci anni ci tocca insomma questa punizione: ascoltare qualche bel tomo che spiega quanto erano bravi a fare i ribelli loro, criticando le nuove generazioni, incapaci di muovere un dito per incidere sulla realtà. Salvo poi sguizagliargli dietro tonfa e lacrimogeni quando a qualcuno passa per la testa di farlo.

Wallace Henry Hartley


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