L’economia becchina

di Wallace Henry Hartley

Una prece – una qualunque – per Benazir Bhutto. Per Repubblica “simbolo della democrazia, della modernità, della rivendicazione femminile”, ma anche, come ricorda il Corriere della Sera, “icona anti-islamista e filo-Usa, 2 volte primo ministro e 2 volte costretta a dimettersi accusata di corruzione”. Figura controversa, ma icona di un mondo cortocircuitato, la Bhutto ha semplicemente e brutalmente inseguito il suo destino: sapeva di camminare con un bersaglio permanente addosso, e non si è fermata.

Le trame politiche e politologiche sui destini dell’Islam, delle tigri asiatiche e degli equilibri mondiali, le lasciamo a chi ha la competenza per approfondire tali aspetti. Interessa, piuttosto, qui dal ponte della nostra nave, osservare un paradosso oramai fin troppo noto. Mentre Capi di Stato e personalità politiche si strappano i capelli più o meno umanimemente (“condanna”, “dolore” e “sdegno” sono le parole che percorrono il pianeta da Washington a Mosca, dal Vaticano all’Afghanistan), i fatti vanno da un’altra parte. Dopo una manciata di ore dall’attentato in Pakistan, le agenzie battevano: “Borse europee: chiudono positive dopo attentato Bhutto”; accanto a questa, la notizia secondo cui “il Brent a Londra ha toccato i massimi da un mese dopo l’annuncio dell’assassinio della leader dell’opposizione pakistana”. Se ne devono essere accorti pure loro – brokers, banche e altre entità che fanno girare la finanza – che una reazione del genere era fin troppo sfacciata, così poco dopo a Wall Street è arrivato il segno meno.

Anni fa, subito dopo l’inizio della prima guerra del Golfo, sul settimanale satirico “Cuore”, dopo l’ondata di isteria collettiva che il conflitto aveva creato, anche nei mercati, venne formulata una domanda: perché – se un missile bombarda Baghdad – lo zucchero aumenta di prezzo? Anche le barbabietole, nel loro piccolo, si inquietano.

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