Caro Ruini, siamo noi l’opinione pubblica

di Wallace Henry Hartley

L’uscita di scena – relativa e momentanea, non temete – di Camillo Ruini ha il merito di squarciare il velo su ciò che sta accadendo nella politica, non solo quella italiana. Il cardinale, congedandosi dalla diocesi di Roma dopo averla guidata per diciassette anni, si è lasciato scappare una santa verità: «I vescovi – ha detto – non cedano all’opinione pubblica“. Un’affermazione che, dopo la crisi delle ideologie e l’incapacità di buona parte della politica di leggere il mondo di oggi, offre nell’immediato una bussola.

Ruini ha, con questo epitaffio, ridato all’opinione pubblica – entità che in Italia ha sempre faticato a trovare un’identità ed un peso – dignità di esistenza e ruolo politico. Gli antagonisti delle gerarchie ecclesiastiche, insomma, non sono i miscredenti o gli atei, ma genericamente “l’opinione pubblica”, intollerabile perché imprevedibile, multiforme e laica, nel senso più ampio possibile.

La volontà di ignorarne sentimenti e orientamenti definisce da sola cosa sia oggi la Chiesa – e in generale il potere – nell’anno del signore 2008.

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