Fuori dagli ospedali gli obiettori di incoscienza

di Wallace Henry Hartley

La notizia la riprendiamo da qui e per il momento non pare essere stata considerata dalle testate nazionali più importanti. E’ successo che all’ospedale Niguarda di Milano un anestesista, medico obiettore di coscienza, ha rifiutato il proprio aiuto ad una donna sottoposta ad aborto terapeutico. La signora, un’ucraina di 30 anni, era in preda a forti dolori dopo l’intervento, ma l’anestesista, una volta saputo che era appena stato eseguita un’interruzione di gravidanza, ha rifiutato il proprio intervento. Per sedare i dolori della donna è intervenuto il primario di ostetricia che ha dichiarato: «Non è compito mio fare quella iniezione ma i medici abortisti nel mio reparto sono così pochi che spesso mi capita di rimboccarmi le maniche e fare da solo».

Noi abbiamo grande rispetto del concetto di obiezione di coscienza, tanto che siamo stati – in gioventù – obiettori di coscienza al servizio militare. Tuttavia l’obiezione alla leva ha due fondamentali differenze: in caso di guerra, l’esercito sarebbe venuto a casa a prenderci per le orecchie, fottendosene allegramente del nostro servizio civile; inoltre l’obiezione alla naja non comporta conseguenze immediate sugli altri.

Dunque, per cortesia, la si smetta di definire questi medici irresponsabili come “obiettori di coscienza” e si inizi a chiamarli con il loro nome: fanatici talebani, uguali ai macellai che deturpano i genitali delle giovani donne musulmane in nome di principi religiosi che nulla hanno a che fare con la salute. Poi li si inviti a cambiare mestiere. Infine si cominci a denunciarli per interruzione di servizio pubblico. Grazie.

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