Facebook, Panopticon e dittatura

di Wallace Henry Hartley

Il Panopticon è il carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo Jeremy Bentham.
L’idea alla base del Panopticon (“strumento che fa vedere tutto”) era quella che – grazie alla forma radiocentrica dell’edificio e ad opportuni accorgimenti architettonici e tecnologici – un unico guardiano potesse osservare (optikon) tutti (pan) i prigionieri in ogni momento, i quali non devono essere in grado di stabilire se sono osservati o meno, portando alla percezione (sempre da parte dei detenuti) di un’invisibile onniscienza. Lo stesso filosofo descrisse il panopticon come “un nuovo modo per ottenere potere mentale sulla mente, in maniera e quantità mai vista prima”.

Dopo questa lezioncina, siete pronti per leggere l’articolo scritto dal corrispondente di Repubblica Giampiero Martinotti dal titolo “SCOPRE LA SUA VITA SUL GIORNALE CHE NE HA RACCOLTO LE TRACCE SUL WEB”, che riportiamo integralmente qui di seguito. Il pezzo racconta di un’inchiesta-provocazione del giornale francese “Le Tigre”, che ha ricostruito l’esistenza del 28enne Marc grazie a Facebook, Google, Flickr. Lui ha protestato col direttore, ma i dati che lo riguardano sono tutti pubblici, messi a disposizione da lui medesimo.

PARIGI – “Buon compleanno, caro Marc. Il 5 dicembre 2008 festeggerai i tuoi ventinove anni”. Comincia così un testo pubblicato nel numero di dicembre-gennaio del bimestrale Le Tigre. Testata poco conosciuta e alternativa e che è riuscita a fare quel che tutti temiamo, ma che in fondo pensiamo sia solo frutto dei nostri fantasmi: la biografia di un qualunque signor Rossi, ricostruita grazie a tutte le tracce lasciate su internet nell’arco di una decina d’anni. L’interessato, sgomento, l’ha scoperto poco tempo fa e ha protestato, ma inutilmente: tutto quel che si può trovare sul suo conto è pubblico ed è stato messo in rete da lui stesso. La testata ha parzialmente accolto le proteste del giovane: se la rivista, in circolazione da settimane, non può più essere modificata, il testo presentato sul sito è stato reso anonimo, i nomi propri e le città sono stati cambiati (il vero Marc abita e lavora nella regione di Nantes, adesso il testo parla di Bordeaux e dintorni). Il direttore, Raphaël Meltz, ha tuttavia respinto tutte le accuse e non rimpiange la sua iniziativa: “Rendere pubblica la propria vita su internet è pericoloso, questo è il senso generale dell’articolo. Una volta sintetizzate, le informazioni pescate nella rete prendono all’improvviso un rilievo inquietante”. Basta qualche scampolo dell’articolo per capire che questo Marc è stato davvero un po’ imprudente. E’ stato scelto fra milioni di anonime persone perché ha pubblicato su Flickr, in due anni, la bellezza di diciassettemila foto. E già l’autore dell’articolo può cominciare a ricostruire una parte della vita: Marc lavora in uno “studio di architettura di interni”, come si desume dal suo profilo su Facebook, e viaggia spesso per lavoro (in Canada, a Roma). In più ci sono le date dei viaggi: nell’agosto 2008 è a Montréal e c’è una sua foto in uno Starbuck’s Café: “Bel viso, capelli piuttosto lunghi, un volto fine e dei grandi occhi curiosi”. La vita di Marc si segue bene : si sa chi l’accompagna all’aeroporto, la data del matrimonio di due amici, la partecipazione al battesimo di una nipote. Basta ingrandire le foto per sapere anche con che marca di computer lavora. Ma naturalmente si ritrova anche la vita privata. Basta dare un’occhiata al solito Facebook, in cui Marc si definisce come “celibe ed eterosessuale”. Nella primavera 2008 ha una storia con Claudia, che lavora in un centro culturale. Il ‘biografo’ commenta : “E’ affascinante, seni piccoli, capelli corti, belle gambe”. Del resto, viene ritrovata anche la fidanzata precedente: Jennifer, sua compagna per due anni e una tipologia femminile molto simile. Poi ci sono le feste, gli incontri con gli amici. Tutto datato, tutto rigorosamente vero. E pubblico. La rivista ha così scoperto che dieci anni fa Marc era in un’orchestrina di amici, ha ritrovato il suo telefonino, sempre sulla rete, e ha verificato che è ancora lui a rispondere a quel numero. E poi, quando Meltz ha voluto diventare amico di Marc su Facebook, che gli ha risposto chiedendogli chi fosse, il sistema gli ha consentito di accedere, senza nessuna pirateria, alla lista degli amici e alle informazioni di base. Le Tigre, insomma, ha ritrovato tutto, tranne il domicilio di Marc: sa in quale viale abita, ma non conosce il numero. E Marc non è sull’elenco telefonico. Il malcapitato ha appreso dell’esistenza dell’articolo da una collega di lavoro (Le Tigre è una rivista scarsamente diffusa), ha telefonato alla redazione e c’è stato l’accordo che abbiamo detto. Poi un giornale locale ha dato pubblicità all’affare. Nel frattempo, Marc ha cercato di limitare l’accesso ai suoi dati e alle sue foto alle sole persone del suo entourage. “Ma per alcune notti non ho dormito”, ha detto, preoccupato soprattutto perché nel testo apparivano i nomi di altre persone e soprattutto quello della ditta per cui lavora. Nonostante tutto, Marc non rinnega internet : “Resta un bellissimo strumento”. A patto di stare attenti.

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