Quasi vent’anni

di Wallace Henry Hartley

Questa notte ho fatto un incubo terribile.

C’era una famiglia. Padre, figlia e madre.
La figlia era stata vittima, quasi vent’anni prima, di un disastroso incidente automobilistico.
Non morì, ma non si riprese mai più.
Il suo corpo, da allora, fu inerte, senza sguardo, senza parole, senza rumore, nel vuoto.
Lei che sempre sorrideva. Lei che filava sugli sci. Lei che si innamorava. Lei che un giorno avrebbe fatto nonna la sua mamma.
Fu proprio la sua mamma a non resistere al dolore. E la pena e lo scoramento si annidarono in lei, facendola ben presto ammalare.
Rattrappito dal dolore era anche il padre, che si arrovellava. Amare quanto mi è rimasto di mia figlia. Come si dimostra l’amore per te? Condannandoti a questo silenzioso limbo di immobilità assistita, pur di averti con noi? Forse non dovremmo essere egoisti. Abbiamo paura di staccarci da te. Non eravamo pronti. Sognavamo cose belle. Il tuo matrimonio. I nostri nipotini. Ora siamo qui e tutto questo non c’è più. Ed è difficile accettarlo. Se l’incidente ti avesse uccisa, avremmo dovuto abituarci violentemente alla tua mancanza. Forse non ci saremmo ripresi mai più.
Questo andava pensando il padre.
Un giorno, dopo l’ennesimo pianto, maturò nella famiglia una consapevolezza. La consapevolezza che nulla avrebbe riportato la figlia a casa. Che la condizione in cui versava era un’umiliazione inaccettabile, per lei che sull’autonomia aveva impostato la sua giovane vita. Che, insomma, la ragazza che sempre sorrideva, che filava sugli sci, che si innamorava e che un giorno avrebbe fatto nonna la sua mamma meritasse la libertà. Nostro Signore, pensava il padre, è morto sulla Croce con la paura che pervadeva la sua umanità, ma con la fede divina che dopo il dolore ci sarebbe stato il Regno dei Cieli. Forse, lassù, lei potrebbe tornare a camminare, a parlare, a ridere, come gli angeli possono fare.
E fu proprio il padre a poggiare sulle sue rattrappite spalle il compito di dimostrare, in tanto dolorosa maniera, l’amore per sua figlia. Il suo viaggio fu difficile, molto più di quanto non pensasse. Attraversò ospedali e affrontò tribunali. Da subito avvertì un’inspiegabile ostilità. Pareva che nessuno lo capisse. Ma lui conosceva sua figlia, e forse solo lui poteva capire. Per questo motivo continuò per anni la sua odissea, senza alzare la voce, chiedendo solo ascolto.
Il padre, paziente, attese. E la sua fiducia fu ripagata. Dopo quasi vent’anni, anche il più alto dei tribunali aveva giudicato ragionevole e legale un amore che chiede pietà per l’amata.
La famiglia era nervosa, spaventata. Arrivava il momento di dire addio. In realtà l’addio era durato quasi vent’anni. Ma lei era ancora lì, presente nella sua assenza, da accudire e da rispettare.
Che pena, cari lettori, nel pensare ai sentimenti contrastanti che attraversavano la casa.
Quand’ecco che, proprio nel momento di maggior debolezza, quello dell’estremo dolore, una maledizione si scatenò su quella casa. Nel buio, si accesero tutti i televisori. Nella luce bluastra degli schermi si muovevano figure incattivite, dai ghigni sgraziati, dai sorrisi simulati. Essi indicavano la famiglia. La additavano. La accusavano. La umiliavano.
Umiliavano la figlia, soprattutto. Usando il suo corpo immobile per campagne propagandistiche. Permettendosi di nominarla e giudicarne lo stato di salute senza averla mai vista né conosciuta. Discorrendo delle sue mestruazioni.
Che pena, pensava il padre. Questa è proprio maleducazione, pensò rattrappendosi ancor di più.
Il padre osservò i televisori. Si ricordò di quando, tanti anni fa, era stato con sua figlia a visitare l’acquario. Avevano trascorso delle ore a guardare le grandi vasche, dove le sagome colorate dei pesci disegnavano traiettorie ed arabeschi. Si sedette, continuando a osservare i televisori. Sbuffò e si asciugò una lacrima ripensando a sua figlia.
Un’altra scossa di terremoto. Poi il silenzio. I televisori si riaccesero. Come in un incubo claustrofobico, tutti erano rivolti verso il padre. E dentro ai televisori, c’era il Parlamento che parlava. E dentro al Parlamento c’erano degli uomini e delle donne che lo accusavano. E lo offendevano. E volevano sostituirsi al padre e alla madre per decidere i destini della figlia. E lo volevano fare cambiando le leggi.
Cambiando le leggi.
Fermando la vita del paese. Dividendo le comunità. Propagandando l’odio.

Su una grigia parete, a pochi metri dalla figlia, una mano senza testa e senza cuore scrisse che il padre era un boia.

E proprio mentre la legge stava per essere cambiata, i televisori si spensero.
Il padre alzò il naso immerso nel buio. Chiuse gli occhi ed espirò. Nello stesso attimo la figlia se ne andò, in un attimo. Fu il vuoto, sordo e silenzioso. Durò un attimo. I televisori si riaccesero, e dentro ai televisori le figure stavano urlando, ma le urla non si sentivano. Il vuoto era più grande, e tutto rendeva silenzioso.
Il padre abbracciò la madre. Insieme piansero le lacrime trattenute in quasi vent’anni.

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