In difesa di Giorgia Meloni e soprattutto della satira

di Wallace Henry Hartley

In passato questo blog non ha risparmiato critiche al ministro della gioventù Giorgia Meloni. Ora lo stesso ministro torna ad occupare le pagine dei giornali per un libro di vignette che ha già ricevuto sufficiente pubblicità e che dunque non c’è bisogno di citare.

L’immediata e pavloviana solidarietà alla Meloni è stata talmente unanime da generare, in chi scrive, il dubbio che – come al solito – si fosse di fronte all’ennesima autodifesa corporativa di una classe politica che non accetta critiche né tantomeno sberleffi. Ma, questa volta, a nostro modestissimo parere, la questione pare diversa.

Secondo Wikipedia, la satira è “una forma libera e assoluta del teatro, un genere della letteratura e di altre arti caratterizzato dall’attenzione critica alla politicae alla società, mostrandone le contraddizioni e promuovendo il cambiamento” e “si occupa da sempre di temi rilevanti, principalmente la politica, la religione, il sesso e la morte, e su questi propone punti di vista alternativi”. Nulla di tutto ciò è contenuto – sempre a nostro modestissimo parere – nel suddetto libro sulla Meloni. Per farsi un’idea e un’opinione basta dare un’occhiata al blog dell’autore, dove sono riprodotte tavole e vignette.

Siamo convinti che si possa (e si debba) satireggiare su Berlusconi e le mignotte, su Marrazzo e i transessuali, sui politici che chiedono il pugno duro contro la droga e poi hanno paura di farsi fare un test antidroga, sui morti in carcere, sui processi abbreviati per legge, sulla camorra che popola il PdL e il Pd, sui tentennamenti del Partito Democratico e sull’autoritarismo che serpeggia nel Popolo delle Libertà, sui cattolici devoti che vogliono i crocefissi nelle scuole e poi collezionano divorzi e gravidanze fuori dal matrimonio. Sono tutti fatti che riempiono il dibattito quotidiano dei mass media e dei bar italiani. Sono argomenti condivisi sui quali la satira può incidere offrendo un punto di vista alternativo, a volte in maniera intelligente, a volte meno.

Ci chiediamo tuttavia che senso abbia un’opera intera nella quale viene la Meloni viene dipinta (come scrive oggi Gramellini sulla Stampa) come “una ninfomane che non si lava e parla in romanesco triviale coi sorci”. Al confronto, Berlusconi che fa battute sulla bellezza della Bindi sembra un poeta, giacché (anche se per stupido maschilismo italico) le battute sulla femminilità della pasionaria del Pd si sono sempre fatte e sempre si faranno: l’eleganza dello humour è pari allo zero, ma almeno tutti capiamo di cosa si sta parlando.

Le battute contenute nei fumetti sulla Meloni la rappresentano spesso nuda, con la fica puzzolente e una atavica fame di cazzo. Embé? E’ come se dall’altra parte un qualsiasi autore volesse dileggiare Bersani perché ce l’ha piccolo. Fa ridere? No. Fa controinformazione? No. E’ del tutto gratuito e non ha nemmeno appigli con la realtà (a meno che l’autore non sappia cose che noi non sappiamo e che, francamente, non ci interessa sapere). Il problema non è la scurrilità. Ma questa non è satira, perché la satira non è mai gratuita. Nel codice penale si chiama semplicemente diffamazione.

Resta un problema ancora più grave, tuttavia. Il putiferio scatenatosi attorno al libretto rozzo servirà – ne siamo certi – a qualche benpensante per aumentare il livello del controllo, abbassare la libertà di espressione e invocare la censura. A quel punto sapremo chi ringraziare.

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