Manette sadomaso: la Nazionale, Sanremo e i figli di Almirante

di Wallace Henry Hartley

E’ molto utile una lettura attenta dell’articolo che Gabriele Ferraris ha firmato sul numero di domenica mattina de La Stampa. C’è tutto: Sanremo, il calcio, la politica. Sembra una mappa dell’Italia di oggi, con le sue manfrine, le sue ipocrisie, il darsi di gomito, i raccomandati, i figli di. La solita Italia, savoiarda fuori, napoletana dentro, sempre sconfortante. E se gli orchestrali (cioé seri professionisti della cultura) si scandalizzano, si vergognino. O vengano derubricati a “bel momento di show“.

Visto che questo blog si chiama Deriva Antropologica, è da sottolineare l’inquietante scenario che Gabriele Ferraris propone. Commentando e spernacchiando la famigerata esibizione di Pupo ed Emanuele Filiberto (rispetto alla coppia Benito e Vittorio Emanuele III è molto più tranquillizzante), Ferraris ipotizza che la loro canzone “Italia amore mio” sia stata costruita per diventare l’inno della Nazionale di calcio ai prossimi Mondiali. La butta lì, ma la corrobora ricordando l’ospitata di Marcello Lippi, quest’ultimo descritto dalle cronache virile ed esaltato come solo un duce può esserlo. Merita di essere ricordato anche il fatto che dopo l’allegra ospitata, Pupo e Filiberto hanno cantato la loro canzone con un testo modificato, inserendo versi come “In quella notte di Berlino noi tutti alzammo le mani/Con Lippi e Fabio Cannavaro l’orgoglio di essere italiani”. Repubblica descrive tutto ciò come grottesco, e io mi associo.

Diciamo che se Gabriele Ferraris avesse ragione, sarebbe più che altro deprimente. Questa operazione a tavolino venuta malissimo, affogata addirittura nel ridicolo di un nobile decaduto che fa il pagliaccio con in tivù con la giacca tricolore, lui che ha vissuto tutta la vita all’estero e la cui madre non spiccica parola di italiano, e che prova ad insegnare agli italiani come essere italiani. Umberto, l’ultimo re, lo avrebbe diseredato, minimo.

La tragedia è che gli italiani, mediamente, lasciano fare. E magari imparano anche, da queste teste di cazzo.

Per dire. Avrei voluto anche raccontare del festival di “Mauro Mazza-Giammarco Mazzi-Mauro Masi”, la triade (un’altra), che in questi giorni rimbalzava nei vostri cervelli e delle vostre menti, anche se non ve ne siete accorti. Sono rispettivamente il direttore di Rai Uno, il direttore artistico del Festival di Sanremo e il direttore generale della Rai, già noto quest’ultimo per aver sventolato un cartellino rosso a Vauro, qualche tempo fa. Sono stati loro ad aver aperto le recite con il valzer di Coca Morgan e le storie tese. Espulso, condannato, riammesso, ma no, ho detto no (in un comunicato stampa sono arrivati a scrivere di “decisioni irrevocabili”, come ai vecchi tempi). Sono loro che hanno difeso il comizio di Lippi pro Pupo-Filiberto (“E’ una canzone che si rivolge agli italiani in giro per il mondo che si guadagnano da vivere”, ha detto il ct che si guadagna da vivere), infrangendo il regolamento in nome del fatto che le polemiche portano più televoti (e si parla di soldi, perchè il televoto lo pagate, fessi). Avrei voluto raccontare che nel trio Mazza, Mazzi, Masi, il primo è adorato dalla vedova Almirante, che se lo ricorda da ragazzetto, quando andava a trovare il marito. Raccontare che su questo Sanremo incombeva una cappa (anzi una K, come Kossiga)  tutta politica, tutta della destra. Con lo scontro interno al PdL traferito sulla Riviera dei Fiori. Con quei fini intellettuali della Fondazione FareFuturo, e ho detto Fini, a gufare sul festival della destra maggioritaria. Hanno minacciato lo sciopero della fame in caso di vittoria del duo Pupo e Filiberto. Quando questi sono stati eliminati (do you remember?), hanno esultato sulla loro fanzine. Ora, abbattuti dalla medaglia d’argento, tacciono e snobbano, arrivando al dispetto di recensire uno sconosciuto gruppo che fa Indie Music (addirittura, non ci sono più i Fini di una volta) titolando l’articolo “L’altro Sanremo”. Mah. Se poi aggiungiamo che in mezzo a tutto questo bailamme è apparso quell’ingenuo ma non troppo di Pierluigi Bersani, seduto in terza fila a prestarsi alle scemeggiate, il quadro si completa. Immagino che su YouTube sia cult.

Ci sarebbe ancora molto da dire. Ma mi sono sbattuto a mettere tutti i link, per cui divertitevi.

In ogni caso alcune cose sono certe.

La prima è che se la canzone di Pupo e Filiberto diventa l’inno della nazionale di calcio, io giuro solennemente che ai prossimi mondiali tifo non una nazionale straniera, ma addirittura la Francia.

La seconda è che Cannavaro ai Mondiali è come Filiberto a Sanremo. Ma patròn Lippi sta alla Nazionale come Mazza-Mazzi-Masi stanno a Sanremo. Per cui, nessun senso del ridicolo e tanta arroganza del potere. Anche qui bisognerebbe aprire una parentesi sulla catena umana Lippi senior-Cassano-Lippi junior-Gea-Moggi-Secco-Juventus-Lega Calcio-Galliani-Berlusconi (da cui poi si riparte e si torna a Sanremo, lo sapete già). Ma come vi renderete conto non basta un blog. Qui mi preme considerare che “Cannavaro ai Mondiali” significa “il vecchio panchinaro di una squadra malconcia ai Mondiali”. Erano molto meglio Cicciolina e Moana. Il problema è che Cannavaro (anzi Kannavaro, come Kossiga) è la punta di un iceberg geriatrico, tra gente scomparsa come Zambrotta, giocatori traballanti come Grosso (e in panca anche lui, ultimamente) e ambiguità varie su Amauri (fotomodello L’Oreal per gli amici, extracomunitario per i leghisti) che ha capito come tira il vento e si è svegliato, in attesa di una chiamata alle armi di una patria non sua. Se Filiberto sa giocare a calcio, c’è posto anche per lui probabilmente.

La conclusione? Evviva Mourinho. Il giorno in cui tornerà ad allenare all’estero, sarà una perdita per questo paese, di cui ha capito tutto e che giustamente sfotte. Le sue manette mimate a favore di telecamera sono un manifesto politico. E solo i benpensanti possono scandalizzarsi, adducendo argomentazioni tecniche (era rosso, era giallo, era fallo), di costume, di educazione e di toni. Ed evviva anche Leonardo, il Roberto Saviano del calcio, quello che prende i soldi da Berlusconi e fa il ribelle. Addirittura quello che risulta essere l’unico in Italia, fino ad oggi, ad aver pubblicamente mostrato segni di insofferenza rispetto a Berlusconi: “Una parola e me ne vado“.

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