Volenterosi di farsi del male

di Wallace Henry Hartley

Alla fine il dibattito sulla Libia si è ridotto alla solita disfida tra pacifisti contro interventisti, manco fossimo allo stadio. Ma allo stadio non siamo. E questa azione militare non è né giusta né sbagliata. E’ semplicemente un errore strategico, geopolitico e militare. Ci fosse anche tutto il petrolio di questo mondo sotto Tripoli, la bilancia dei costi e dei benefici pende tutta dalla prima parte.

Qui il dibattito tra pacifisti e interventisti non c’entra nulla. Qui si parla di pragmatismo. Anche John Wayne ci penserebbe due volte prima di lanciarsi in un’operazione congegnata come quella libica. Un’avventura che è iniziata con una risoluzione Onu per attivare una ‘no-fly zone’: vuol dire ‘zona di esclusione aerea’ ed è un territorio sul quale il divieto di volare può essere fatto rispettare anche militarmente. E infatti il primo obiettivo libico colpito è stato un blindato. Davvero. Il blindato però non vola, sta bello a terra, lo sanno tutti. Eppure così è andata, e il fatto grave è che la notizia è stata immediatamente diffusa dai media internazionali (che la hanno avuta dagli alti comandi militari, evidentemente a digiuno dell’abc della propaganda).

Non contenti, quelli della Coalizione dei Volenterosi (nome che più che altro sembra quello dell’ennesimo gruppo parlamentare per puntellare il governo Berlusconi, fa il paio con i Responsabili) bombardano obiettivi militari, sparacchiano qua e là, abbattono il Palazzo di Gheddafi, che pensa come viene bene in tv. Ovvio che poi la Russia e la Cina si incazzano. La risoluzione non diceva mica questo.  Nel frattempo se ne vanno l’Unione Africana – che già era svicolata al vertice di Parigi – e anche la Lega Araba, la cui adesione iniziale ha permesso a tutti gli interventisti del 2011 di sbandierarla per dimostrare che sì, stavolta siamo proprio nel giusto. La Norvegia ha sospeso il suo impegno ieri. Alla fine rimangono sul campo: gli Stati Uniti che non si capisce se ci sono ma intanto lanciano Tomahawk a raffica; la Francia di Napoleone Sarkozy; la Gran Bretagna che non manca mai; l’Italia guidata da uno che dice di essere addolorato e dispiaciuto per Gheddafi e che la cosa lo tocca personalmente; la Spagna di Meteora Zapatero, che ha già annunciato che non si ricandiderà, quindi capirai che gliene frega; la Danimarca, che mi viene in mente solo Laudrup. Qatar ed Emirati Arabi Uniti fanno il tiramolla ma per ora stanno acquattati.

Dunque non è Mondo contro Libia. Né tantomeno Onu contro Libia. Sono 7 contro 1. Una rissa da bar, praticamente. I Volenterosi di Farsi del Male contro uno che sembrerà anche il Michael Jackson della Sirte ma che nessuno ha capito quali amici abbia (perché ne ha, uno di essi era l’Italia fino a qualche giorno fa) e soprattutto quali armi sia riuscito a conservare nei suoi depositi. Si capisce dunque perché la Nato stia tanto nicchiando. E si capisce che una nazione come la Germania rifugga come la peste un simile obbrobrio, un’operazione dilettantesca nella quale, dopo quattro giorni, ancora non si è capito né chi ha il comando né qual è il quartier generale. Ciliegina sulla torta, tutto ciò viene raccontato per filo per per segno dai network mondiali. In prima fila c’è Al Jazeera, che si fa grandi risate quando titola «Europe divided over Libya mission».

A questo punto scatta la profezia autoavverantesi: più continui la stronzata e più fai incazzare gli incazzati (Russia, Cina, Germania, Lega Araba, Unione Africana, chi più ne ha più ne metta), e intanto inanelli cappelle come quella di far riconquistare Misurata ad un Gheddafi che, oggettivamente, sta facendo il bello e il cattivo tempo come gli pare e piace. Tutto qui? No. Perché i media – ma, a questo punto, anche le cancellerie internazionali – sono molto distratti e, almeno in Italia, non stanno rendendo l’idea di ciò che sta accadendo in tutta l’area del Mediterraneo. Non da oggi, e lo sapete tutti: l’Egitto, piazza Tahir, la Tunisia, gli ortofruttari che si danno fuoco e le piazze che ribollono. Roba vecchia? No. Quando, sabato, i caccia francesi si sono alzati in volo per attaccare Gheddafi, nelle piazze del Mahgreb ci sono state manifestazioni di gioia, molto comprensibili peraltro, che hanno svegliato addirittura il placido Marocco: «Arrivano i nostri», si devono essere detti. Peccato che la cavalleria non interverrà per tutti. Quando se ne accorgeranno anche loro, quelli delle piazze, non oso immaginare la reazione. Ma il problema non è solo questo.Il problema è che lo Yemen è sull’orlo della guerra civile, in Siria ci sono dure contestazioni popolari e altrettanto dure repressioni, in Egitto gli equilibri reggono su piedi di vetro, il Bahrein è diventato terra di conquista in cui liberamente sbarcano truppe saudite e kuwaitiane per difendere il paesello dagli appetiti dell’Iran, che zitto zitto si gode lo spettacolo. E, a proposito di Iran, Israele lancia l’idea geniale: «Gli occidentali agiscano a Teheran come a Tripoli». Sì, bravi.

Detto tutto ciò, l’impressione è che il dibattito sull’intervento sia inficiato da un errore di parallasse, perché si continua a parlare di ‘Guerra in Libia’ mentre, giocando con il fuoco, quella che stiamo vivendo è una ‘Crisi del Mediterraneo’. Il rischio reale è però che si stiano preparando i prodromi di una vera e propria ‘Guerra del Mediterraneo’. Da questo punto di vista la domanda non è «se sia giusto oppure no intervenire in Libia», ma se «abbia senso oppure no provocare un conflitto nell’area mediterranea».

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