Far finta che un uragano su New York sia la normalità

di Wallace Henry Hartley

L’autocitazione è un esercizio mai elegante, lo so, ma non posso fare a meno di ripensare a quando, poco dopo il pluridisastro nipponico dello scorso marzo, decisi di titolare un mio post “In Giappone l’apocalisse sembra un film catastrofista (ma non lo è)”. Di fronte all’arrivo dell’uragano Irene, che proprio in queste ore sta passando sulla costa orientale degli Stati Uniti, i giornali e le televisioni hanno fatto a gara a chi riusciva a ricordare il numero maggiore di pellicole hollywodiane che negli ultimi decenni hanno immaginato disastri su New York e in generale sulle città americane: The Day After Tomorrow, 2012, Deep Impact, Indipendence Day e via dicendo. Li ho visti tutti e tutti sono accomunati da quel certo senso di smarrimento che una popolazione abituata ad vivere in un ermetico benessere a tenuta stagna prova di fronte all’ingovernabile ma ineluttabile distruzione.

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Come già dissi in quel post sul Giappone, se a scrivere gli eventi che stiamo vivendo fosse uno sceneggiatore, sarebbe uno sceneggiatore mediocre, innamorato dei colpi ad effetto eccessivi e gratuiti. L’uragano Irene, di per sé, potrebbe essere anche una bella idea da presentare ad un regista come Roland Emmerich. Condirlo con lo sfollamento forzato di 370 mila newyorkesi regala la giusta
drammatizzazione per incollare gli spettatori alle poltrone. Lo spunto legato alla chiusura della metropolitana della Grande Mela porta con sé il sapore dell’Evento con la E maiuscola: non era mai accaduto in 107 anni di storia. Il discorso del presidente alla nazione è immancabile in ogni film catastrofista che si rispetti.

Certo che però il milione di persone rimaste senza elettricità già fa alzare il sopracciglio al pensiero di «ecco, la solita americanata». Gli assalti ai supermercati e la penuria di carburante appaiono eccessivi. Lo spettro di incidenti alle centrali nucleari causati dall’uragano sembra un déja vu gratuito. E poi l’idea di far arrivare una scossa di terremoto una settimana prima: 5,9 grandi Richter, evacuazione di Congresso, Pentagono e Fondo Monetario Internazionale, addirittura una guglia della cattedrale di Washington che viene giù. Eccessivo, è evidente. Anche perché lo sanno tutti che i terremoti, in America, avvengono in California, e che la East Coast è tutt’altro che zona sismica. Eppure è reale. Tutto vero. Come è vero che – evidentemente per ribadire il concetto – non più tardi di due ore fa, in una New York già prostrata dall’attesa e dalla paranoia, è stata avvertita una nuova scossa di terremoto, stavolta contenuta in 2,9 gradi Richter.

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Che poi qualcuno dovrebbe spiegare un fatto. Fino al recente passato le calamità colpivano, ciniche, quelli già messi male: alluvioni che spazzano via bidonville asiatiche, eruzioni vulcaniche in paesi con il Pil più basso del Molise, terremoti che fanno crollare villaggi sperduti. Oggi – e il Giappone ha in qualche modo aperto la strada – la Terra ha deciso di essersi stufata di brutalizzare i soliti noti e ha scelto di fare un po’ di paura anche al ricco e viziato mondo occidentale, prima colpendo la roccaforte dell’hi-tech, ora spazzando l’illusione di intoccabilità del popolo americano, già minata dagli aerei che dieci anni fa – e tra poco incombe l’anniversario – colpirono il World Trade Center. Una sorta di democratizzazione della sfiga, beffarda e spietata. Sarà uno degli effetti collaterali del downgrade Usa deciso poche settimane fa da Standard & Poor’s?

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