Prove tecniche di catastrofe

di Wallace Henry Hartley

Dopo il tanto strombazzato passaggio dell’uragano Irene su New York il primo pensiero – e Federico Rampini sul suo blog conferma – è stato: «Tutto qui?». In Italia il quotidiano “Il Tempo” è tra quelli più impietosi e oggi titola, con un pizzico di cinismo, «Uragano mediatico» e «Tanta acqua per nulla». Negli Stati Uniti infuria, più della tempesta, la polemica politica, con i repubblicani che accusano Obama di aver esagerato con l’allarmismo. Ancora scottata dalla gestione scandalosa di Katrina a New Orleans, la destra americana sembra aver optato per il «tanto peggio tanto meglio» di chi avrebbe sperato, di fronte a Irene, in una débâcle anche per l’attuale presidente. Il quale, però, ha preferito agire seguendo un molto pragmatico «better safe than sorry»: meglio aver ordinato sfollamenti inutili piuttosto che doversi dispiacere dopo per non averlo fatto.

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Su queste giornate di frenesia apocalittica resta comunque molto da dire. Stanno piovendo (scusate il gioco di parole) in queste ore accuse ai network americani, colpevoli di aver sovraccaricato di attesa un evento che poi si è dimostrato di impatto relativo. Come se fosse la prima volta che i media cedono alla spettacolarizzazione. La verità è che le grandi catene all-news a stelle e strisce hanno tutte quante la loro sede a New York e dunque non c’è da stupirsi che l’imminenza di un possibile disastro direttamente in casa abbia scatenato le redazioni delle varie Cnn, Fox e compagnia cantante. Al limite ci sarebbe da ridire – e Rampini lo evidenzia bene – sul fatto che, a forza di concentrare l’attenzione sugli eventi nella Grande Mela, i giornalisti d’oltreoceano abbiano messo in secondo piano tutto ciò che è accaduto e sta accadendo fuori da New York, dove fino a prova contraria ci sono 3 milioni di persone rimaste senza corrente elettrica e i danni sono ingenti.

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Il “racconto” dell’uragano Irene, tuttavia, si presta ad altre due chiavi di lettura. La prima è materia da “debunker” e si sviluppa attorno all’idea che davvero il pianeta su cui viviamo si stia rivoltando contro l’uomo riversando in superficie una catastrofe dopo l’altra. Esiste su internet un’ampia categoria di siti più o meno complottisti che raccontano, ormai da tempo, di grandi manovre della Fema (la protezione civile americana) che negli ultimi anni avrebbe intensificato esercitazioni, costruito rifugi, allestito campi di raccolta (i critici dicono “di concentramento”) e acquistato numeri iperbolici di razioni di cibo e bare in vista di chissà quale apocalisse. Si potrebbe archiviare tutto ciò come spazzatura, non fosse che andando a scavare qua e là ci si imbatte in un articolo di Repubblica, pubblicato addirittura nel 1989, in cui si racconta che Robert Lee Chartrand, un geologo del Centro studi del Congresso Usa, parlò allora del rischio che un sisma di grande potenza avrebbe scosso la parte orientale degli Stati Uniti «entro due decenni». Come è noto, la zona est degli Usa è molto meno soggetta a terremoti in confronto ad esempio alla California. In passato, tuttavia, scosse telluriche di grande potenza sono avvenute. E come è noto, giusto una settimana fa la parte orientale degli States ha vissuto attimi di terrore per un terremoto (5,9 gradi Richter) che ha fermato centrali nucleari e abbattuto guglie nella cattedrale di Washington. Se tutto ciò avesse un senso, allora si potrebbe capire questa improvvisa foga delle autorità americane nel far sgomberare città e diramare comunicati terrificanti: oltre che assolvere al già citato principio del «better safe than sorry», si tratterebbe anche di test su grande scala per verificare la reazione delle popolazioni di fronte all’emergenza e prepararsi come si deve al peggio che (forse) deve arrivare.

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La seconda chiave di lettura rischia di essere ancora più complottista, ma non può essere sottaciuta. Machiavelli diceva che «governare è far credere» e sono molte le scuole di pensiero che sostengono che la paura sia una delle più efficienti leve per l’esercizio del controllo sociale. Dieci anni fa due aerei si schiantarono (al netto di tutte le innumerevoli teorie negazioniste) contro il World Trade Center di New York e un altro si infilò nel Pentagono. Lo spettro del terrorismo e la paura dell’attacco esterno riuscirono a far approvare, proprio negli Stati Uniti, una legislazione – che in tanti considerano liberticida – come il Patriot Act, corpus normativo che per prevenire nuovi attacchi terroristici rinforza il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi, come Cia, Fbi e Nsa, limitando i diritti, la privacy e la libertà d’espressione dei cittadini. I quali, in nome della evocata sicurezza, hanno accettato di buon grado, ingoiando anche il rospo di una Guantanamo fuori da ogni legge, ma lontana e dunque non disturbante secondo il vecchio adagio che occhio non vede e cuore non duole. Analizzati sotto questa prospettiva le evacuazioni, i telegiornali allarmistici e l’intervento in prima persona del presidente che parla alla nazione sarebbero ugualmente da leggere come un esperimento, ma condito con l’innesto di quel sentimento primordiale di terrore e paranoia che permette di guidare le masse ovunque e, in fin dei conti, addomesticarle.

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Detto tutto ciò, risposte non ce ne sono, anche perché questo blog preferisce fare domande. Certo è che in questo intenso 2011 il livello dell’entropia continua a salire, ineluttabile. E, considerati i tempi che corrono, che non resta che aspettare la prossima catastrofe, reale o solo annunciata che sia.

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