Alla vigilia di un nuovo 25 luglio

di Wallace Henry Hartley

Il 25 luglio 1943 Benito Mussolini andò a Villa Savoia per parlare con Vittorio Emanuele III. Il re comunicò al duce la sua sostituzione con Pietro Badoglio e lo fece arrestare. Indispensabile per questo atto fu la riunione, svoltasi il giorno prima, del Gran Consiglio del Fascismo che, a maggioranza, votò il documento passato alla storia come Ordine del Giorno Grandi, da Dino Grandi, fascista atipico ma di lungo corso, che riuscì a far approvare un testo che, come sintetizza Wikipedia, chiedeva il ripristino «di tutte le funzioni statali» e invitava il Mussolini a restituire il comando delle forze armate al re. La stessa Wikipedia ricorda che il duce, prima del voto, «affermò impassibile di non avere nessuna intenzione di rinunciare al comando militare».

berlusconi stanco.jpg (200×150)Ecco, in queste ore convulse in cui l’Italia viene spazzolata dalle agenzie di rating, messa in un angolo dalle diplomazie internazionali e rischia di scoppiare in un conflitto sociale ancora compresso, viene il mente quella lunga giornata che abbracciò il 24 e il 25 luglio 1943. Ieri il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha passato la giornata tra un vertice e l’altro, con la riunione di maggioranza al mattino, l’incontro con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in serata e il confronto notturno con il suo partito, il Pdl. In mezzo, poco prima di vedere Napolitano, Berlusconi ha parlato anche con Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, l’azienda di famiglia.

Oggi la Camera dovrà decidere il destino di Marco Milanese, deputato del Pdl, uomo di Giulio Tremonti, accusato di associazione per delinquere, corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio: farlo arrestare oppure no? Se la Camera voterà per il sì, l’effetto sarà deflagrante. La conferma arriva da Umberto Bossi che ha giustificato il suo rifiuto di far scattare le manette per Milanese spiegando che che «non vogliamo far saltare il governo». Il voto, tuttavia, sarà segreto e questo rende alta la possibilità della liquefazione di una maggioranza sempre meno coesa.

Il direttore di Wall Street Italia, Luca Ciarrocca, ieri sera ha già scritto il requiem per Berlusconi in un fondo durissimo che peraltro critica anche i cosiddetti “poter forti”: «Confindustria, poi Confcommercio, oggi i soci bancari e industriali padroni del Corriere della Sera e del quotidiano confindustriale Sole 24 Ore chiedono tutti insieme le dimissioni del “premier a tempo perso”». Tuttavia – dice Ciarrocca – «il “dimettiti adesso” rivolto al presidente del Consiglio ricorda i signori di Moody’s che abbassarono il rating a Lehman Brothers il giorno dopo il crack che innescò la Grande Recessione del 2008». In ogni caso, secondo il direttore di Wall Street Italia, «il verdetto che avvierà l’inizio della fine e poi la condanna di Berlusconi si avrà in ogni caso, alla Camera dei Deputati, al momento del voto sull’arresto di Milanese».

Lo scenario è realistico? La febbrile giornata di ieri è un indizio, con tutte quelle riunioni che fanno tanto pensare ad una resa dei conti, alla ricerca di un salvacondotto per un presidente del Consiglio che, quando avrà perso le sue prerogative istituzionali, dovrà affrontare una serie di processi per reati gravi e in alcuni casi odiosi.

Sarà, nel caso, interessante – perlomeno per gli storici – capire chi sarà stato a vestire i panni del novello Dino Grandi 2011 Edition. Ma quel che preme in questo momento è ricordare il totale caos in cui piombò l’Italia al momento della caduta del duce. Il 25 luglio 1943 fu la data che ci portò inesorabilmente all’8 settembre, all’anarchia, alla guerra civile. Oggi la situazione italiana è completamente diversa, è vero, ma il paese è sull’orlo del baratro e le tensioni che lo attraversano potrebbero deflagrare da un momento all’altro.  Non so se associarmi a Ciarrocca quando scrive che il voto alla Camera su Milanese rappresenterà «un grande giorno per la democrazia, quella vera». So, invece, che il direttore di Wall Street Italia ha del tutto ragione ad ammonire che «non sappiamo cosa accadrà dopo».

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