Il 9/11 dell’Italia

di Wallace Henry Hartley

Borse a picco, spread impazzito e allarmi internazionali. La drammatica giornata di ieri ha – forse per la prima volta – mostrato di fronte agli occhi dell’Italia l’abisso che rischia di inghiottirla. Dopo quasi un ventennio plastificato dal linguaggio del marketing – strumento che mai descrive ma piuttosto imbelletta – il paese si è improvvisamente risvegliato rendendosi conto che il fallimento è una prospettiva non solo possibile ma addirittura probabile in mancanza di una reazione.

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Per certi scherzi del destino che ogni tanto accadono e che trovano nei numeri la loro simbolicità, il mercoledì nero dell’Italia è avvenuto il 9 novembre, data che nei calendari si trascrive in 9-11 esattamente come la notazione anglosassone rappresenta l’11 settembre.
Ed in effetti di Ground Zero italiano si può parlare, con un’economia che è annegata nelle temperie dei mercati, una politica ad un passo dall’implosione e una società che si è ritrovata smarrita di fronte alla prospettiva – già più volte evocata ma mai resa così vivida – di ritrovarsi nell’imbuto in cui si è infilata la Grecia. Da tempo di guerra è la prima pagina che questa mattina ha mandato nelle edicole il Sole 24 Ore, il quotidiano di Confindustria conosciuto (anche) per la sua tradizionale sobrietà.
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Il 9 novembre è una data evocativa anche per un’altra ragione. E’ il giorno in cui ricorre l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, evento che sul finire degli anni ’80 concluse la fase storica mondiale della Guerra Fredda. Anche in Italia, ieri, è terminata un epoca. E’ calato il sipario sul berlusconismo, ideologia alimentata da colui a cui deve il nome, sistema di potere che ha mescolato politica e uso spregiudicato dei mass media, capace di incantare un popolo per quasi un ventennio promettendo molto, mantenendo poco, ma riuscendo – anche grazie alla capacità di trasformare la realtà in fiction e la fiction in realtà – a garantirsi per lungo tempo un vasto consenso popolare.
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La fine del berlusconismo, in realtà, è ancora al di là da venire. La visione del mondo con cui quell’ideologia ha modellato generazioni di italiani non sarà facilmente superabile, perlomeno in tempi brevi. Ma è arrivato al capolinea un ceto politico che di quella visione del mondo si è fatto interprete ed esecutore. Ed è arrivato al capolinea soprattutto il suo anfitrione, Silvio Berlusconi. Il quale, però, proprio come l’ideologia che da lui prende il nome, non è ancora uscito di scena e non mancherà di influenzare i prossimi eventi. Per fare un parallelo con un’altra fase di traumatico cambiamento che ha attraversato la storia italiana, si è compiuto il 25 luglio e siamo alla vigilia dell’8 settembre. Ed è noto a tutti che i giorni – gli anni – seguenti l’8 settembre dovettero, nel 1943, fare i dolorosi conti con i cascami del regime pur destituito.
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In attesa di capire che cosa succederà a questo punto, dalla giornata di ieri emerge con forza la figura del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ex comunista e galantuomo aristocratico a cui tocca l’onere di dover traghettare l’Italia in questa difficile fase. Mentre le Borse impazzivano e lo spread tra i titoli di stato nazionali e quelli tedeschi si allargava dando la cifra di un imminente crollo rovinoso, dalle agenzie di stampa si evidenziava la totale assenza di interventi politici, sia tra le forze di maggioranza sia tra quelle di opposizione. Tutti silenti, a dimostrare la totale inadeguatezza di una classe dirigente presenzialista e logorroica nei talk show ma del tutto impreparata ad affrontare la realtà. 
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Perché i mercati ieri hanno emesso una sentenza – si spera ancora appellabile – di condanna per l’Italia? Tra la sfilacciata schiera dei berluscones qualcuno ha provato a manipolare i fatti pretendendo di dimostrare che il crollo verticale delle Borse, avvenuto nel giorno seguente all’annuncio delle dimissioni di Silvio Berlusconi, evidenziasse in tutta chiarezza che il problema non era, appunto, Berlusconi. Un modo per eludere il fatto che l’addio del Presidente del Consiglio, nei modalità con cui si era profilato martedì pomeriggio, brillava soprattutto per ambiguità: dimissioni differite, senza l’indicazione di una data e con il sospetto di rappresentare un diversivo per guadagnare tempo. Un ambiguità inaccettabile per un mondo della finanza che in questo momento chiede certezze e che ha espresso tutto il suo disappunto con un terremoto borsistico che trova sul banco dei correi anche gli esponenti di un’opposizione che ha accettato senza battere ciglio le “dimissioni-non dimissioni” di Berlusconi, rinunciando a chiudere definitivamente i giochi con una mozione di sfiducia, peraltro annunciata fino a lunedì notte.
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Per uscire dalla palude c’è voluto dunque l’intervento di Napolitano. Prima con un comunicato stampa con il quale ha chiarito urbi et orbi che per quel che riguardava la Presidenza della Repubblica le dimissioni di Berlusconi erano un fatto accertato e non modificabile. Poi, non bastando queste rassicurazioni, dando la spinta propulsiva ad una nuova fase nominando senatore a vita l’ex commissario europeo Mario Monti. La mossa rappresenta di fatto un investitura per Monti che, a questo punto, sarà colui che verrà chiamato a guidare i destini italiani non appena Berlusconi avrà chiuso la pratica della legge di stabilità e abbandonato le stanze di Palazzo Chigi. Cioè entro questo fine settimana.
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C’è comunque qualcosa di spiazzante nella scelta di Napolitano di offrire a Monti uno scranno a Palazzo Madama. Non tanto nel merito – le motivazioni addotte riguardo alla caratura del personaggio sono indiscutibili – quanto nelle modalità. Il sospetto è, infatti, che il Presidente della Repubblica, di fronte al rifiuto di un’ampia fetta di parlamentari ad ipotesi di governo tecnico e con il nome di Mario Monti come unico possibile premier accettabile senza riserve da Bruxelles, abbia compiuto un piccolo gioco di prestigio: l’ex commissario europeo, a questo punto, non è più un tecnico tout court e ogni resistenza sul suo nome dovrà essere ritirata. Eugenio Scalfari l’ha spiegato bene: «Con questa nomina si rompono tutti i giochi. Monti diventa un padre della patria. Non è un tecnico adesso, è un senatore a vita». Secondo Scalfari l’atto dimostra che Napolitano è «un genio della politica». Di sicuro il ricorso a questo escamotage tattico da parte del Presidente della Repubblica per neutralizzare definitivamente Berlusconi – che di stratagemmi ed escamotage ha mostrato in questi 17 anni di essere maestro – assume beffardamente i contorni dell’omeopatia.
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