Non 25 aprile ma 25 luglio (aka: Del perché è sbagliato considerare finito Berlusconi)

di Wallace Henry Hartley

E così, alla fine, un nuovo 25 luglio si è compiuto. Il governo è caduto, dimissionato non dal precipitare di una guerra ma dal rischio di una catastrofe economico-finanziaria. Non c’è stato un Dino Grandi stavolta, ma il voltafaccia di alcuni sodali delusi. Ironia del destino, a raccogliere le dimissioni del capo dell’esecutivo non è stato Vittorio Emanuele III ma Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica che fin dagli albori della sua carriera politica si porta dietro il soprannome di “re Umberto”, un po’ per la sua rassomiglianza con l’ultimo dei monarchi di Savoia, un po’ per il suo aristocratico distacco.

«25 luglio, non 25 aprile», ha puntualizzato @tigella su Twitter nei momenti precedenti la salita di Silvio Berlusconi al Colle. Erano gli istanti in cui tra Palazzo Grazioli e il Quirinale la folla riempiva le piazze lanciando improperi e in certi casi anche monetine, come nel 1993 accadde con Bettino Craxi all’uscita dall’Hotel Raphael, a dimostrazione che le vicende storiche italiane restano sempre intrappolate in un deprimente disco rotto.

In attesa che le sorti del paese vengano affidate al governo Badoglio – pardòn, Monti – si stanno sprecando i requiem e i funerali dedicati a Berlusconi, la cui uscita di scena equivale, per molti, alla sua fine. Ma parlare di fine, per l’ex presidente del Consiglio è ancora prematuro. Comincia adesso, infatti, una partita delicatissima, nella quale un Berlusconi senza più incarichi istituzionali potrà mollare del tutto i suoi freni inibitori e cercare di condizionare i prossimi eventi in modo spregiudicato, affidandosi tra l’altro ai molti strumenti che ancora gli restano a disposizione. «Possiamo staccare la spina a Monti quando vogliamo», ha detto Berlusconi poco prima di salire al Quirinale. Una prospettiva da non sottovalutare, considerato che il Parlamento resta formato da un ceto politico che ha dimostrato di saper cambiare rapidamente orientamento e di non essere indifferente a profferte, promesse e favori personali. L’arma più potente rimane, tuttavia, quella legata al potere mediatico che resta in mano all’ex presidente del Consiglio. Non è da escludere che la rabbia di un Berlusconi sconfitto ma non domo si riversi in violente campagne mediatiche orchestrabili con facilità attraverso le sue televisioni e le sue testate giornalistiche che, come dimostra la kermesse organizzata ieri mattina dal triumvirato Feltri-Ferrara-Sallusti, sono pronte a indossare l’elmetto. Un assaggio è già presente nelle edicole stamattina, con il quotidiano Libero che apre titolando «Occhio al portafogli». Sarà da verificare se la militarizzazione della comunicazione arriverà – come ai tempi della prima discesa in campo – a invadere tutta la programmazione nazional-popolare dei palinsesti Mediaset. Anche perché, di fronte alle misure necessariamente draconiane che il governo Monti metterà in campo, sarà molto facile tentare la strada di un populismo mirato ad aizzare le folle e, magari, trascinarle in piazza, innescando nuove inquietudini sui mercati e rinnovando lo spettro della catastrofe.

Dopo il 25 luglio, nel 1943, arrivò l’8 settembre. Fu quello uno dei momenti più bassi della storia italiana. Ma non rappresentò ancora l’epilogo, per il quale si dovettero aspettare quasi altri due anni, durante i quali il cavalier Mussolini, pur appannato ed eterodiretto, riuscì a fare ulteriori danni. Dubito che, nei prossimi mesi, possa spuntare una versione 2.0 della Repubblica di Salò. Ma resto convinto che sia estremamente pericoloso dare per morta una bestia ferita.

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