Con il governo Monti termina la dittatura dell’italiano medio

di Wallace Henry Hartley

«Convince il pubblico con un esempio vivente e trionfante del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello». Così scriveva, nel 1961, Umberto Eco. Il soggetto del suo pensiero era Mike Bongiorno ma, con il senno del poi, la fenomenologia tracciata da Eco si adatta perfettamente a Silvio Berlusconi, che sull’incarnare vizi e virtù dell’italiano medio ha costruito la sua fortuna ma alla lunga anche la sua rovina. «Non temo Berlusconi in sé ma il Berlusconi in me», diceva Giorgio Gaber con perfetta capacità di sintesi e notevole acutezza antropologica.

Al di là dell’unanimismo adorante (altro vizio tipico degli italiani di fronte a chi incarna il potere) che si respira in queste ore – e che vedremo quanto durerà – la rivoluzione copernicana apportata da Mario Monti e dal suo esecutivo sta nel superamento del “paradigma di Mike Bongiorno” e della ruffiana immedesimazione a tutti i costi tra potente («Io sono uno di voi») e popolo («Ci piace perché ci rappresenta»). Al netto di tutti i discorsi più o meno cospirazionisti sul ruolo dei cosiddetti “poteri forti”, sulla presunta lobby bocconiana o su presunti complotti giudo-pippo-plutocratici , la vera novità inaugurata oggi è che, per una volta, gli italiani si ritrovano ad essere governati da persone migliori di loro. E non è un caso che non le abbiano potute scegliere. 
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