Risiko in Siria: Usa e Russia inviano portaerei e sommergibili E Damasco punta tank su Turchia

di Wallace Henry Hartley

A Severomorsk fa freddo. Lassù, sulla penisola di Kola, in cima alla Scandinavia, la Marina militare russa ha la base della sua Flotta del Nord. Da lì è partita la nave ammiraglia portaerei Kuznetsov. Con le sue 67 mila tonnellate su oltre 306 metri di lunghezza, si sta lentamente avvicinando al Mediterraneo. Destinazione: il porto di Tartus, in Siria. Con lei sono in navigazione anche un cacciatorpediniere che la scorta e un numero imprecisato di navi d’appoggio. «Si stanno dirigendo in Siria solo per rifornimenti, come peraltro previsto da tempo», dicono al ministero della Difesa di Mosca.
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Sulla mappa si stanno muovendo in molti. A Tartus sono già in rada altre tre navi da guerra, sempre russe. E lo scorso 20 novembre nel Mediterraneo è spuntata un’altra portaerei, l’americana George Bush, passata attraverso il Canale di Suez con relativa flotta d’accompagnamento. Pure loro vanno a Tartus. Può bastare? No, perché è fresca la notizia di un altro passaggio che al Canale di Suez hanno notato in molti, quello di un sottomarino nucleare, anche lui targato Stati Uniti. Superfluo chiedere dove vada, la destinazione è sempre la Siria.
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A Damasco Bashar al Assad guarda il mappamondo, rilascia interviste in cui nega le repressioni e intanto prosegue il lavoro sporco che da mesi sta affogando nel sangue una protesta popolare che non accenna a spegnersi nonostante le migliaia di morti rimasti sul campo. Il presidente conta i giorni necessari per l’arrivo della Kuznetsov, attesa per gennaio, e osserva le mosse della marina americana. Di stare con le mani in mano non ne ha voglia e così fa trapelare l’annuncio di una serie di esercitazioni in cui la sua aeronautica e le sue truppe di terra hanno condotto esercitazioni, definite «simili a battaglie reali». E’ un risiko a bassa intensità, e Assad lo sa. Meglio non dar l’impressione di avere paura. Alza il telefono è dà l’ordine: «Spostate i carriarmati da Maaret al-Numan e portateli ai confini con la Turchia. Sono più utili lì».

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