Ungheria, in piazza la protesta contro la nuova Costituzione scritta dall’ultra destra

di Wallace Henry Hartley

Soffiano venti ultraconservatori in Ungheria e la popolazione scende in piazza a protestare. Le manifestazioni – 30 mila persone a Budapest lunedì – si oppongono alla nuova Costituzione voluta dal premier Viktor Orban e scritta in splendida solitudine dal partito di destra Fidesz senza il consenso delle altre formazioni (non necessario, visto che Fidesz può contare su una maggioranza di oltre i due terzi del Parlamento).

Nella nuova carta costituzionale sparisce la dicitura «Repubblica», si fa riferimento a Dio, all’orgoglio patrio e alla famiglia tradizionale. Diventa più difficile il riconoscimento del diritto all’aborto (gli embrioni sono considerati esseri umani), sono esclusi i matrimoni omosessuali, mentre i vagabondi sono a rischio prigione. Si restringe inoltre la separazione dei poteri dello Stato, con una maggiore influenza del governo sulla giustizia e sull’economia.

Tra le controverse riforme approvate di recente in Ungheria c’è anche quella sulla Banca centrale, che ha creato non poca tensione con Bruxelles. L’indipendenza delle banche centrali è infatti uno dei criteri da rispettare per l’ingresso nell’eurozona, ma secondo le nuove norme magiare il presidente della Banca centrale non può più scegliere i suoi assistenti, che vengono invece designati dal primo ministro e sono quindi sottoposti al controllo del partito al potere. Sui nove membri del consiglio monetario della banca centrale, sei sono ora nominati dal Parlamento. Sul fronte della libertà di informazione, l’unica radio d’opposizione nel paese è stata oscurata. Televisioni, radio e agenzie di stampa sono invece raggruppate in unica entità controllata da un fedele di Orban.

Poco prima di Natale l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha declassato il debito dell’Ungheria al livello «spazzatura». Una decisione che deriva dal «progressivo deterioramento del quadro economico del Paese» ma che, secondo alcuni osservatori, è direttamente collegata al braccio di ferro in atto con l’Fmi, intenzionato a non concedere più prestiti se non verranno ritirati alcuni provvedimenti tra cui proprio la discussa riforma della Banca centrale.

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