Morire per l’euro? Lo spettro della guerra

di Wallace Henry Hartley

In pochi l’hanno ripreso, ma nelle scorse ore il presidente francese Nicolas Sarkozy se n’è uscito con una frase dal notevole peso specifico: «La fine dell’euro significherebbe la fine dell’Europa, la fine della pace».

Un’affermazione che, in quest’ultimo periodo, ogni tanto, riemerge nei dibattiti e scompare, come un fiume carsico. E che forse, proprio per questa rimozione generale, va presa in seria considerazione.

A parlare di prospettive drammatiche, ad esempio, è stato poco più di una settimana fa – il 29 dicembre – il sottosegretario all’economia Gianfranco Polillo che, ospite a Piazzapulita, ha dichiarato esplicitamente che «la dissoluzione dell’euro sarebbe catastrofica, catastrofica nel senso di guerra». Nessuno ha fatto una piega e la trasmissione è andata avanti come nulla fosse.

A ottobre era stata un’altra protagonista delle vicende continentali a mettere in guardia sul prossimo futuro, nientemeno che la presidente tedesca Angela Merkel secondo cui «nessuno può considerare garantiti altri 50 anni di pace in Europa». E un mese prima un concetto simile è stato espresso di fronte al Parlamento europeo dal ministro delle finanze polacco Jacek Rostowski che ha profetizzato una guerra «nel giro di dieci anni» se l’Eurozona crollerà a causa della crisi del debito.

Suggestioni da 2012? Emotività dal sen sfuggite a personalità che di solito emotive non sono? Chissà. Quel che è certo è che le grandi crisi hanno spesso avuto, storicamente, come sbocco una bella guerra. Così com’è storicamente certo che i periodi di pace, in Europa, siano le eccezioni. Le generazioni nate dopo la Seconda Guerra Mondiale sono cresciute in questa condizione e la vivono come la normalità. Ma è davvero così?

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UPDATE: Su suggerimento di @Quino_Roscio aggiungo un’altra dichiarazione che mi era sfuggita, ossia quella del ministro della Difesa Giampaolo Di Paola che, nelle cronache riportate da Repubblica lo scorso 2 dicembre, parla di tagli e afferma: «Non possiamo licenziare, ci vorrebbe una guerra, o un terremoto». L’autore dell’articolo commenta: «Dicono che abbia scherzato».

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